Si fa presto a dire resistenza, soprattutto di questi tempi, per via del virus che ci assedia, al quale proviamo ad opporci in tutti i modi, e perché siamo prossimi ad un anniversario importante.

Emilio Gentilini, “Donne di Trastevere 1971 – 1972, La sora Rina, la fruttarola di Vicolo de’ Cinque”

A seconda degli ambiti in cui viene usata (fisico, meccanico, elettrico, militare, giuridico, storico, psicoanalitico), resistenza assume precise connotazioni.
Ci sono delle parole molto belle, pronunciate da tutti per un certo periodo e che poi sbiadiscono dopo che si è girata la pagina del calendario, parole simili a marionette cui sono stati tagliati i fili, accasciate in maniera scomposta sul palcoscenico.

Perché resistenza non rimanga l’ennesimo sacco vuoto, proviamo a riempirlo ripercorrendo le sue origini e la sua storia.
La voce tardo latina resistentia deriva dal participio presente (resistensentis) di rĕsistĕre, a sua volta composto da un verbo con la medesima radice di stare, cioè sistĕre (‘fermarsi’), preceduto dalla particella intensiva re- (Grande dizionario della lingua italiana Battaglia della Utet, s. v. resistenza). Rĕsisto, rĕsistis, restiti, rĕsistĕre, verbo intransitivo della III coniugazione, rimanda sempre ad un senso di “stabilità” nelle sfumature dei suoi significati: ‘rimanere, restare al proprio posto’; e poi, ‘resistere, opporsi, tener testa’, ‘fare resistenza’ e anche ‘risorgere, alzarsi di nuovo’ e, riferito a farmaco, ‘essere efficace’ (Dizionario Olivetti).

Anche in italiano la parola conserva la tenace immobilità già espressa attraverso le sue radici. Nel Nuovo De Mauro resistenza significa «il resistere, lo sforzo che si compie per opporsi a qualcosa o per contrastare qualcuno». Nel vocabolario Treccani online «l’azione e il fatto di resistere, il modo e i mezzi stessi con cui si attuano». Le declinazioni di questa forza sono le più varie. Continuando a sfogliare il vocabolario Treccani, riscopriamo che nel linguaggio militare, e per estensione in quello sportivo, la resistenza è «l’azione di difesa contro il nemico o l’avversario». Nel linguaggio giuridico e sociologico, il diritto di resistenza, è «il diritto di opporsi, anche con la violenza, a ogni attentato o minaccia recati ai diritti fondamentali e inviolabili recati ai diritti dell’uomo da parte del potere costituito: ammesso dalle dottrine politiche dei sec. 17° e 18°, non è stato recepito nelle costituzioni delle democrazie ottocentesche e contemporanee, e quindi neppure nella Costituzione della Repubblica Italiana (nel cui progetto iniziale era tuttavia previsto». In psicoanalisi, è l’opposizione che il paziente mette in atto quando emergono contenuti inconsci vissuti come fonte di dolore insopportabile. Nel linguaggio scientifico, la resistenza è la forza che si oppone al moto del corpo a cui è applicata; è la proprietà che hanno materiali o sistemi di resistere a determinate sollecitazioni. Così come resistenza può essere la capacità di un organismo vegetale o animale di difendersi all’azione di sostanze tossiche o di non consentire l’azione dei farmaci.

Eccoci arrivati a questi giorni e all’ultimo – non per importanza ma perché più recente –, significato di resistenza, calco del francese résistance. Come riporta il DELI-Dizionario Etimologico della Lingua Italiana (Zanichelli), il termine venne usato inizialmente in Francia per riferirsi al moto di opposizione al governo di Vichy e all’occupazione tedesca: fu il generale Charles De Gaulle a lanciare nell’etere la parola Résistance, in un appello trasmesso dalla radio britannica il 22 giugno 1940. Immediatamente, résistance si concretò nell’indicare anche il «nome dell’organizzazione stessa, attraverso cui il movimento operava».
Con la R maiuscola, in italiano Resistenza si riferisce ai movimenti e al periodo di lotta armata contro l’occupazione tedesca e le forze filonaziste (in Italia, dopo l’armistizio del governo Badoglio con gli angloamericani nel 1943). Sulle nostre montagne, il combattente della Resistenza, il résistant francese, si chiamò partigiano. In francese la parola Résistance fu affiancata da Maquis per definire il movimento di lotta armata antinazista: maquis è ‘macchia’, propriamente quella del litorale mediterraneo provenzale, ma per estensione la ‘boscaglia’ che fu il terreno privilegiato in cui presero vita le azioni dei maquis o maquisards. Da noi di Resistenza, in realtà, si cominciò a parlare solo nell’immediato Secondo dopoguerra: per primo s’impose, e contò, il nome dei combattenti, uomini e donne. I nostri guerriglieri delle valli e soprattutto dei monti, le nostre staffette cittadine si chiamarono partigiani e partigiane: il nome – di lunga tradizione letteraria e politica – allora indicò subito, con nettezza, la libera scelta di una parte, quella antinazista e antifascista. Molti amavano considerarsi ribelli, ribelli all’“ordine” (Zucht und Ordnung) dell’oppressore; molti, imbevuti di ideali anarchici, socialisti e comunisti, si ribellavano per vincere il nemico e insieme far risplendere un diverso sole, nell’avvenire. Dall’altra parte, per degradare anche semanticamente “partigiano”, la propaganda nazi-fascista stampigliava sui volantini e sui manifesti le parole fuorilegge o, peggio ancora, banditi (Achtung! Banditi! è un film del 1951 di Carlo Lizzani).

«Un evento che, mentre accadeva, non aveva un nome preciso. La Resistenza furono venti mesi (settembre ’43-aprile ’45) di guerra per bande». Lo racconta Marco Balzano nel volume Le parole sono importanti (Einaudi, 2019), in cui l’autore suggerisce anche l’immagine di uno splendido soffio vitale impresso dalla Storia alla parola: «Ciò che ci piacerebbe dimostrare […] è come un evento, in questo caso la guerra partigiana, abbia mutato i connotati della parola, dandole un senso che nell’etimologia non c’è. Da “resistenza” diventa “Resistenza”: da parola statica passa a parola dinamica: da parola conservativa si trasforma in parola carica di futuro» (p. 78) (si veda anche Già! Ma che significa “Resistenza”? di Marco Balzano e Irene Barichello).

È dinamica, la parola, diventano dinamici uomini e donne. Le donne della e nella Resistenza. Vediamo una scheda, tra le centinaia, còlta dalla Banca dati del partigianato piemontese dell’Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea “Giorgio Agosti” (uno dei partner del progetto e del portale I Partigiani d’Italia). Palma Gasparoni, nata il 28 novembre del 1905 a Fontebelvicino (località vicino a Schio, nel Veneto). Nome di battaglia: Marcella. Formazione partigiana: a Torino, 23a Brigata SAP-Squadre di Azione Patriottica “Cibrario”, dal 1/7/1944 al 7/6/1945. Dietro i dati scarni, c’è la storia della migrazione dal Veneto di una famiglia numerosa, impoverita dalla crisi postbellica seguita alla Prima guerra mondiale. Palma viene a vivere coi suoi a Torino, nel quartiere popolare di Regio Parco, e qui conosce quello che diventerà un famoso comandante partigiano garibaldino (nelle Valli di Lanzo e del Canavese), Nicola Grosa. Lo sposa nel 1927. Quando lui prende la strada della montagna, nell’inverno del ’43-’44, Palma ha tre figlie di 15, 12 e 6 anni a cui badare in città. Non si ferma, diventa “Marcella”. La partigiana, avvocata e scrittrice Bianca Guidetti Serra nel 1977 raccolse, tra le molte, anche la testimonianza di “Marcella” nel doppio volume Compagne. Testimonianze di partecipazione politica e femminile (Einaudi, 1977), mantenendo la freschezza del parlato. Ecco un frammento: «Poi un’altra volta che c’è stato un rastrellamento io ero con mia figlia la prima e siamo andati su a Pessinetto; avevano uccisi parecchi, avevano arrestato dei comandanti, così… e io volevo sapere. So che c’era il coprifuoco, era già quasi le sei, io non avevo notizie di Nicola e ci siamo fermati in una trattoria perché non si poteva più andare avanti c’era il posto di blocco. Siamo andati in questa trattoria e c’era pieno di fascisti, non so se era X Mas o cosa… E volevo sentire, se fra loro dicevano magari: – C’è uno che abbiamo arrestato, che abbiamo preso… Non sono riuscita a sapere niente, so soltanto che ho visto un ufficiale, io ero con la mia ragazzina e dicevo: – Io ho perso il treno e non ho posto da andare a dormire… – E questo non mi ha mica offerto la sua camera? Mi ha data la camera sua e io dicevo fra me: “Ma se questo qua mai sapesse che sono la moglie di uno di quei comandanti che stanno cercando…”. Sono riuscita a passare la notte così poi a andare via al mattino, però senza notizie di Nicola».

Un insegnamento che arriva dalla storia recente, di cui ci accingiamo a celebrare un anniversario dalla cifra tonda, deve e può giungere forte e nitido fino ai nostri giorni, i giorni della paura di un nemico senza identità né ideologia, ma pur sempre da combattere. Illuminanti le parole della filosofa Donatella Di Cesare che, per il Lessico della tenacia (La lingua batte, Radio 3 Rai), ha curato il lemma resistenza: «Il rischio che oggi corriamo è quello di combattere contro il mostro del coronavirus badando ciascuno a sé, preservando solo noi stessi, ma bisogna sapere che non c’è né immunità singola né immunità di gregge, al contrario di quello che qualcuno vuole far credere. Vorrei lanciare questa sfida, indicare nella resistenza l’altra faccia dell’immunizzazione. Chi si immunizza si vuole cautelare dal rischio del contatto, dall’esposizione all’altro, perciò si ripiega in sé, in un argine immunitario il più possibile ristretto, tenuto insieme dalla paura. Invece chi resiste abbassa certo gli occhi, li socchiude, ma aumenta la vigilanza. Non si rassegna, non si arrende, dimostra ogni giorno tenacia. La sua energia ribelle è contagiosa. Il suo fronte unisce forze, esperienze, idee diverse. L’Italia della Resistenza che, nel suo passato recente, ha sconfitto già mostri, innanzitutto quello del fascismo, è chiamata oggi a fronteggiare un nemico invisibile, un nemico subdolo. È un nemico che ci coglie impreparati, che mette a nudo tutta la nostra fragilità, tutta la nostra vulnerabilità. Abbiamo perciò bisogno dell’aiuto reciproco per sostenere i più deboli, i più anziani, i più poveri. Uniamoci allora per questo in una nuova Resistenza».

Per saperne di più

Valeria P. Babini, Parole armate. Le grandi scrittrici del Novecento italiano tra Resistenza ed emancipazione, Milano, La Tartaruga, 2018.

Donne di Trastevere 1971-1972. Fotografie di Emilio Gentilini, Roma, Palombi, 2006.

 

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