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Il villaggio modello: Dalmine dall’impresa alla città - Archiexpo II edizione – Milano, 15-17 novembre 2007
![]() La Fondazione Dalmine, costituita nel 1998 per iniziativa di TenarisDalmine, impresa siderurgica nata nel 1906, produttrice di tubi in acciaio senza saldatura, saldati e bombole, è un ente no-profit che annovera fra i suoi scopi principali la conservazione, l’incremento e la valorizzazione dell’archivio storico dell'impresa, nonché lo sviluppo di attività di studio, ricerca e divulgazione incentrate sui temi della storia e della cultura d’impresa, della storia della tecnologia e dell’organizzazione.
L’archivio storico è costituito da circa 4.000 faldoni e registri di documenti aziendali, da oltre 15.000 immagini, circa 5.000 disegni tecnici, da 1.300 volumi appartenenti alla biblioteca storica della Società, e da una sezione audiovisivi.
La varietà documentale – a partire dal 1906, anno di costituzione della Società – testimonia la storia dell’impresa, la sua evoluzione tecnologica ed organizzativa, le sue interazioni con il territorio e la comunità. Con la nascita della Fondazione Dalmine ha preso avvio il progetto di informatizzazione e messa in rete dell’Archivio Storico, al fine di consentire all’utente specialistico, come a quello generico, di accedere al sito web www.fondazione.dalmine.it per consultare il data-base relativo ai contenuti dell’Archivio, effettuare interrogazioni e ricerche guidate, visualizzare una significativa selezione di documenti (fotografici) conservati.
Dopo un progetto di revisione della struttura di classificazione dei documenti e delle fotografie, nonché di individuazione e messa a punto di un adeguato strumento informatico per la loro descrizione, riordino, ricerca e visualizzazione, è stata avviata la schedatura dei materiali cartacei dal 1906 al 1960.
Alla catalogazione e digitalizzazione delle immagini fotografiche è stata anche affiancata un'opera di ricollocazione di stampe e negativi in contenitori idonei alla conservazione nel tempo.
Allo stesso modo è stata avviata una prima inventariazione del materiale audiovisivo, una verifica dello stato di conservazione e la loro ricondizionatura.
Grazie a questo lavoro è stato possibile innanzitutto quantificare la consistenza dell’archivio cinevideo ed evidenziarne le diverse tipologie di supporti: circa 100 pellicole e 300 tra u-matic, betacam e VHS.
L’archivio è composto da filmati originali o di repertorio destinati alla comunicazione esterna, come nel caso dei filmati istituzionali e commerciali (distribuiti nei cinema e in televisione) e alla comunicazione interna (per formazione e addestramento nella Scuola aziendale, su temi generali e specialistici o per attività di sensibilizzazione come nell’ambito della sicurezza sul lavoro).
I filmati documentano fra l’altro l'inaugurazione e il funzionamento di nuovi impianti, i processi produttivi, lo svolgimento di congressi, convegni o fiere, la gamma di prodotti ed applicazioni tecniche, la posa in opera di materiali tubolari e le grandi opere, le attività sociali.
Proprio in quest’ultimo ambito, sono emersi due film, opera del regista Michele Gandin: “Andando verso il popolo” (durata 35 minuti) e “Il villaggio modello” (durata 11,30 minuti).
Entrambi prodotti nel 1941, con la fotografia di Lorenzo Romagnoli, musica di Raffaele Gervasio, organizzazione di Renato Tonini, e produzione Incom, raccontano come dalla grande fabbrica di tubi si sia progressivamente irradiata la cittadina di Dalmine, vera e propria città-fabbrica che si fonda sull’interazione continua tra l’azienda e i suoi lavoratori, per cui vengono costruite le case, i negozi, la scuola, il dopolavoro e tutti i centri di aggregazione sociale, nell’ideale pianificazione di una totalizzante utopia produttiva legata al periodo fascista.
Pur nella diversa forma di documentario, Andando verso il popolo, e di fiction, Il Villaggio Modello, entrambi i filmati hanno rappresentato un apporto fondamentale nella ricerca che ha portato, nel 2003, alla pubblicazione del terzo numero dei Quaderni della Fondazione Dalmine, Dalmine dall’impresa alla città. Committenza industriale e architettura.
Proseguendo il percorso di ricerca La committenza industriale e le ‘arti’ avviato dal precedente volume sui premi d’arte, il volume analizza la realizzazione della città industriale di Dalmine.
Il volume, che si accompagnava alla mostra allestita negli spazi industriali Tenaris Dalmine, incrocia il punto di vista della storia con quello dell’architettura e mette in luce le origini e le prime trasformazioni di una città, concepita per iniziativa di un’industria, e sorta per opera di mediazione formale di un architetto.
Dopo la realizzazione di un primo nucleo specificamente urbano di Dalmine sorge infatti nei primi anni del secolo scorso per iniziativa diretta dell’impresa siderurgica, allora di proprietà della Mannesmann, una vera e propria città.
Questo nucleo iniziale, fortemente legato alla fase della localizzazione, vive uno sviluppo urbanistico particolarmente significativo soprattutto fra gli anni Venti e Cinquanta. Nell’arco di questi decenni, su committenza di una nuova Società denominata Dalmine, controllata dalla Banca Commerciale Italiana prima e dall’Iri poi, sotto la regia dell’architetto milanese Giovanni Greppi, sorgono nell’area circostante lo stabilimento una serie di infrastrutture, sistemi viari, quartieri per operai ed impiegati, edifici pubblici insieme a spazi e luoghi di servizio ai dipendenti dell’impresa, che vanno a definire e caratterizzare una vera e propria città.
A partire dal 1924 nascono i quartieri residenziali per operai e impiegati, una fitta serie di edifici collettivi direttamente o indirettamente legati alle funzioni non strettamente produttive dell’impresa, edifici di rappresentanza, edifici religiosi, piazze, scuole, negozi, colonie, impianti sportivi e aziende agricole. Con la seconda metà degli anni Trenta, parallelamente alla crescita dell’impresa, che giunge ad occupare un'area di 650.000 metri quadrati di cui 250.000 coperti e ad impiegare 3.850 addetti nel 1935 e circa 5.500 nel 1940, cresce anche la popolazione residente: dai circa 6.000 abitanti del 1931 ai circa 7.300 del 1941.
La dichiarazione di notevole importanza industriale, ottenuta dal Comune di Dalmine nel 1941 per decreto del capo del Governo, sancisce formalmente il completamento del processo di formazione della company town.
Questo secondo periodo di vita della Dalmine è quindi quello della costruzione della piena e biunivoca identificazione fra impresa-fabbrica-territorio. L’impresa vive infatti un’espansione sia in termini di estensione dell’area industriale, che di aumento e diversificazione degli spazi destinati a funzioni abitative, ricreative e più genericamente – e talvolta propagandisticamente – definite sociali.
Tra i tratti peculiari della propaganda fascista è da annoverare un uso accorto del linguaggio in chiave propagandistica e una particolare attenzione nel coniare parole ed espressioni facilmente assimilabili, utili a creare una comune ideologia. Il termine "nuovo", ad esempio, ricorre frequentemente nei codici linguistici usati dal fascismo. Si parla di uomo nuovo, italiano nuovo, ma anche di città nuove.
La stampa dell'epoca consegna numerose definizioni della città di Dalmine: "nuova Dalmine", "fascistica ed industre Dalmine", "cittadina modello", "città del lavoro", "Dalmine del Ventennale", "città giardino", "sorella gemella delle città mussoliniane dell'Agro","moderno comune industriale-rurale".
Espressioni ricorrenti, che rimandano a molte delle realizzazioni di altre company town italiane, dalle città di fondazione fasciste, ai quartieri sorti per opera di importanti imprese private. Per Dalmine, come per altre realtà urbane, la definizione linguistica non deve tanto sottolineare l'eccezionalità dell'esperienza, quanto piuttosto porre il soggetto descritto come prototipo ed esempio da imitare.
Ecco perché, nel film di Michele Gandin prodotto dalla Incom nel 1941, Dalmine diviene Un villaggio modello. L’esemplarità della vicenda narrata nella fiction è talmente importante, che l'identificazione della città in cui si svolge l'azione – che è Dalmine, ma che potrebbe essere qualunque realtà urbana realizzata secondo l'ideologia fascista – diviene marginale rispetto agli aspetti che la sceneggiatura vuol mettere in luce.
La fiction narra infatti la vicenda parallela di due coppie: una matura, in cui il marito è operaio dell'impresa siderurgica e la moglie è casalinga e madre esemplare, e l'altra più giovane, in cui il protagonista maschile frequenta la Scuola apprendisti aziendale e progetta una vita matrimoniale con la fidanzata, che lavora nell'azienda agricola. Trait-d’union fra le due storie è, da un lato, la fabbrica, dove gli uomini lavorano o imparano un lavoro, e, dall'altro la città, dove le due coppie vivono, secondo un potenziale perenne avvicendamento generazionale, trovando condizioni ideali di esistenza nel "villaggio modello", un microcosmo presentato come autosufficiente, perfettamente organizzato, integrato e pacificato grazie alla lungimiranza dei dirigenti.
Se è indubbio il ruolo svolto dal cinema nella propaganda di regime ("la cinematografia è l'arma più forte" sosteneva Mussolini), esso va tuttavia considerato nel contesto degli altri mezzi di comunicazione di massa utilizzati ampiamente dal fascismo per la costruzione del consenso: stampa, radio e fotografia.
Alla forza evocativa delle immagini video, alla loro capacità di comunicare concetti attraverso un'immediatezza difficilmente raggiungibile con l'espressione scritta, si affida gran parte della pubblicistica fascista e non del periodo.
E per capire quanto questo tipo di comunicazione abbia un posto di primo piano basti pensare che lo Stato, attraverso l'Istituto Luce, assume il controllo quasi totale della produzione e circolazione di immagini ufficiali.
E oggi, a oltre 60 anni di distanza tali documenti mantengono inalterata non soltanto la loro forza di suggestione, ma anche la capacità di tradurre ciò che lo storico e legge e mette a confronto nelle carte d’archivio in immagini icastiche di un periodo e di un’epoca, in conoscenza.
Un approccio che meriterebbe un maggior approfondimento e interesse verso le fonti non scritte, grazie ad una competenza tutta ancora da sviluppare e che è inscindibile dalla conoscenza dei supporti e dei formati attraverso i quali il mezzo cinevideo si è espresso dalla sua nascita ai giorni nostri.
Manuel Tonolini |
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