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Le fonti orali tra documento e azione sociale (Seminario: Fonti orali: esperienze di conservazione, integrazione, trattamento, Genova, 24-26 ottobre 2007)
Il successo che le fonti orali hanno iniziato a conoscere dalla fine degli anni ’90 del secolo scorso è un fatto nuovo. Lo si può misurare nella maggiore produzione di opere storico-letterario che utilizzano questa metodologia e, forse, anche nell’aumento dello spazio riconosciuto in ambito accademico. Dal particolare versante dell’organizzatore culturale – quello di chi scrive – la misura di questo successo si avverte soprattutto nell’aumento dell’interesse per prodotti culturali realizzati con l’uso delle fonti orali. Organizzazioni, gruppi di rappresentanza degli interessi, scoprono l’efficacia della fonte orale come strumento di analisi, di celebrazione, di mobilitazione e coesione delle risorse interne.
Attraverso l’enfasi posta sul vissuto dei propri associati, l’organizzazione cerca di ottenerne una legittimazione: promuovere la raccolta della storia dei singoli componenti rinsalda il loro legame con l’insieme e attenua eventuali crisi di rappresentanza. Inoltre, l’adozione sempre più frequente della videointervista potenzia l’efficacia comunicazionale del documento: è il testimone che spende il suo volto e la sua parola all’interno del progetto culturale così costruito.
Altri elementi che hanno influito nel determinare il successo delle fonti orali è il peso crescente che la comunicazione orale sta tornano ad avere nella società. La rivoluzione tecnologica iniziata nell’ultimo decennio del sec. XX ha favorito una inversione di tendenza che ridimensiona il consolidato primato della comunicazione scritta.
Esistono oggi le condizioni affinché l’oralità diventi il sistema di comunicazione più efficace, rapido, probatorio ed anche economico, perché in grado di eliminare le fasi intermedie che portano alla redazione del testo scritto.
A fronte di una prevedibile espansione della domanda di prodotti culturali realizzati attraverso l’oralità, quali sono gli aspetti problematici che possono derivarne per un’organizzazione culturale?
Si accentuano, innanzi tutto, i problemi sul fronte dell’indipendenza della ricerca. Paradossalmente, il crescente interesse per l’acquisizione delle memorie individuali genera nel committente aspettative che possono poi andare disattese. Il desiderio delle organizzazioni di ottenere dalla ricerca una legittimazione diretta del proprio ruolo può andare disatteso. Il problema è tutt’altro che nuovo per la ricerca scientifica, ma il ricorso alle fonti orali porta l’eventuale contenzioso interpretativo a ridosso del tempo recente, del presente.
Un secondo aspetto è quello dei contenuti della testimonianza. Le condizioni particolari che si generano nel rapporto tra i due protagonisti dell’intervista facilitano il flusso di informazioni, alcune delle quali difficilmente sarebbero state trasmesse sotto forma scritta. Spesso il testimone rilascia dichiarazioni che comportano una assunzione di responsabilità verso terzi o verso l’amministrazione pubblica. Ciò pone gravi problemi nell’uso dei documenti ottenuti. Da qualche anno la sezione riservata dell’archivio fonti orali del Centro per la cultura d’impresa è in costante crescita.
C’è poi il carattere militante che ha sempre contraddistinto la ricerca attraverso le fonti orali. La colleganza culturale e l’empatia tra osservati e osservatori è spesso teorizzata come condizione necessaria perché si abbia empatia tra i due poli del flusso narrativo.
Come si concilia questo requisito con l’apertura della ricerca a ceti sociali non “popolari”? Se la prossimità sociale e la prossimità politico-culturale sono prerequisiti per la raccolta dell’intervista, sarà necessario formare un ventaglio di ricercatori sufficientemente ampio da coprire la varietà delle opzioni sociologiche o politiche?
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