Metodologie di acquisizione, tutela e conservazione delle fonti orali. L'esperienza della Discoteca di Stato (Seminario: Fonti orali: esperienze di conservazione, integrazione, trattamento, Genova, 24-26 ottobre 2007)

Piero Cavallari, Discoteca di Stato

in n. 1-2/2008
La Discoteca di Stato nel nostro paese è forse stata la prima istituzione pubblica ad occuparsi in maniera sistematica di fonti orali, ai fini di tutela, valorizzazione e promozione, in collaborazione con università e ricercatori impegnati nella raccolta di queste fonti.
Nato nel 1962 (ben quarantacinque anni fa) per opera di Diego Carpitella, etnomusicologo e Antonino Pagliaro, glottologo, inizia a costituirsi presso la Discoteca di Stato l’AELM (Archivio etno-linguistico musicale). Questo fondo, probabilmente il più organico della collezione posseduta dall’Istituto, che comprende musica etnica e folklorica, narrativa di tradizione orale e favolistica, spettacolo e rappresentazioni popolari, musica liturgica e rituale, dialetto delle isole alloglotte italiane, comunità italiane all'estero, rappresenta senza dubbio una delle collezioni più interessanti della Discoteca di Stato.
Ma andando ancora più indietro nel tempo è possibile trovare nella vasta collezione di documenti sonori dell’Istituto antiche fonti orali. Non credo di fare confusione sul significato preciso di questo termine, non sto pensando a tutti quei documenti storici “sonori” che seppur veicolati dalla voce non sono stati “sollecitati” – ma potremmo dire anche creati – da un ricercatore nel “dipanarsi” di una ricerca. Quei documenti cioè che hanno una loro autonomia, un loro essere che prescinde da un lavoro di “raccolta”.
I discorsi pronunciati da Mussolini come quelli degli oppositori antifascisti  – quei pochi che purtroppo sono arrivati fino ai nostri giorni –, i bollettini letti dai generali della Grande Guerra e i discorsi pronunciati da uomini  politici, dai ministri, rappresentano una importante documentazione storica che però prescinde dalla forma orale in cui sono stati veicolati.
 
Eppure, anche in questo primo nucleo di documenti posseduti dalla Discoteca (in gran parte raccolti direttamente da essa) possiamo trovare esempi di fonti orali. Come potremmo definire altrimenti il documento di Guglielmo Marconi – in un disco a 78 giri della durata di circa dieci minuti in tutto – in cui lo scienziato ricorda i suoi primi esperimenti? O Grazia Deledda che “racconta” le sue radici? Addirittura Pietro Badoglio, a differenza degli altri grandi ufficiali, non legge un documento, come un bollettino di guerra, coevo della prima Guerra Mondiale ma ricorda, racconta anch’egli  - nel tempo di durata di un disco a 78 giri - la firma dell’armistizio di Villa Giusti con l’Austria.
Frammenti, schegge di fonti orali, che hanno segnato la storia della Discoteca di Stato dalla sua istituzione e che oggi rappresentano nel loro insieme una notevole parte della sua collezione.
Ma anche altre case discografiche, soprattutto dagli anni Cinquanta a tutti gli anni Settanta, pubblicheranno su disco – non più 78 ma 33 giri – importanti documenti di fonti orali. Qui ricorderò – senza sminuire altre produzioni – la collana discografica de “I dischi del sole” che in questo ambito ha rappresentato un’esperienza di  livello notevolissimo. Molte le edizioni discografiche di questa etichetta che conterranno fonti orali – storia orale soprattutto. Solo a titolo di esempio ricordo il racconto che si trova sul disco “Povero Matteotti” dello psicanalista Cesare Musatti – il padre della psicoanalisi italiana – seppur breve ma significativo del suo incontro con Giacomo Matteotti il giorno prima della sua scomparsa.   
 
D’altronde già con i primi ritrovati tecnici per registrare iniziò l’acquisizione di fonti orali. Il Phonogramm Archiv di Vienna iniziò ad operare in tal senso addirittura alla fine dell’Ottocento con una raccolta di documentazione – molta anche di fonti orali – utilizzando il fonografo, la prima  macchina per registrare e ascoltare che utilizzava come supporti i cilindri.
 
L’invenzione del fonografo da parte di Edison nel 1877 ha avviato un incessante cammino per ottenere macchine e supporti sempre più perfezionati per “memorizzare” suoni, parole, rumori, vita. I fattori più importanti in questa rivoluzione progressiva sono stati – come accade anche in altri ambiti – il tempo e lo spazio, e all’interno di questi universali parametri si è inserita la qualità dei suoni “fermati”, registrati.
Fin da subito la ricerca ha utilizzato le nuove tecnologie. Per i “ricercatori scalzi”, come venivano chiamati i primi ricercatori storici “sul campo” che iniziarono a utilizzare una pratica e una metodologia proprie fino a quel momento di altre discipline quali l’etnomusicologia e lo studio delle tradizioni orali, un fattore di primaria importanza è stato la possibilità di trasportare le attrezzature e la semplicità nell’utilizzazione.
Fattori di cui si intuiva la rilevanza fin dalle origini, infatti la prima macchina per la registrazione sonora, il fonografo a cilindri di Edison, aveva questa qualità. E fonografi furono utilizzati per le prime ricerche antropologiche, etnomusicali, in Africa, in Asia, certo con qualche problema di conservazione per i cilindri di cera…
Il grammofono, immediatamente successivo, precluse questa attività: il sistema di acquisizione sonora era molto più complicato rispetto all’ascolto, certamente migliore – infatti ne beneficiò il neonato mercato discografico, ma la registrazione sul campo era difficile da praticare.
Tutto cambiò nel secondo dopoguerra con il magnetofono, il registratore magnetico e il miglioramento di tutti gli accessori di corredo: microfoni migliori, cavi migliori, batterie migliori e tanto altro ancora, che produsse una vera rivoluzione; poi arrivò la tecnologia digitale che cambiò di nuovo tutto, ma ne parlerò più avanti.
 
La particolarità della documentazione orale è dovuta in primo luogo al suo essere una fonte creata ad hoc nell’ambito di un progetto di ricerca (oggi è possibile, con l’evoluzione tecnica attuale, ottenere una buona registrazione.) Non è la registrazione che rende la fonte orale una fonte storica, ma la possibilità di poterla riascoltare nel tempo ha determinato un approccio completamente diverso nei confronti di questa metodologia storica utilizzata anche nel passato e legata concettualmente alla nascita della storia.
 
Il dibattito sulla fonte orale, particolarmente in ambito storiografico, si è concentrato prevalentemente su due aspetti: la possibilità di rendere accessibile pubblicamente una fonte creata da un ricercatore nell’ambito di un proprio progetto di ricerca e le modalità per conservare una documentazione così legata alla evoluzione della tecnologia e alla deperibilità del supporto su cui è registrata.
Una esigenza emersa e testimoniata nei moltissimi convegni, giornate di studio, corsi organizzati da archivi e associazioni che si trovano a trattare tale documentazione, diventata negli anni sempre più rilevante per lo status incontestabile di fonte storica acquisito anche dalla fonte orale e grazie a una tecnologia sufficientemente accessibile a tutti.
Per problemi legati sia a una acquisizione poco accurata, sia a una cattiva conservazione, l’ascolto di molte fonti orali, anche frutto di ricerche di grande interesse, è ormai quasi compromesso e molte registrazioni, effettuate con mezzi non necessariamente professionali, sono andate perdute.
Nel corso degli anni la Discoteca di Stato è stata raggiunta da un vero grido di aiuto lanciato da archivi, ricercatori, studiosi impotenti a salvare dalla distruzione il loro lavoro di tanti anni, sia per ignoranza delle possibili soluzioni tecniche che per l’impegno economico considerevole che comporta il salvataggio di un archivio anche di medie dimensioni.
 
E’ molto viva quindi la riflessione sulla conservazione e gestione della fonte , ma è sempre necessario tenere presente che una buona cura della fonte è legata anche al processo di acquisizione e non soltanto dal punto di vista tecnologico, nel senso di avere una registrazione comprensibile e ascoltabile. E’ importante anche avere provveduto a corredare la registrazione di tutta una serie di informazioni che con molta probabilità non sarà possibile ottenere in futuro: certezza sui nomi propri e delle località citate, su passaggi che possono sembrare oscuri o ambigui,…
Alcune informazioni dovrebbero essere legate stabilmente al documento, quindi la necessità di aprire l’intervista con la presentazione di chi la sta conducendo e con indicazioni sul luogo e la data in cui si svolge, sul nome del o degli intervistati, sull’eventuale progetto nel cui ambito viene effettuata, in maniera discorsiva o anche didascalica, come ad esempio:
“29 settembre 2007. Sono…, mi trovo a Roma, presso l’abitazione del signor … [nato a, il…]…, per una intervista su…”.
In tal modo sarà possibile contestualizzare l’intervista anche in caso di perdita della documentazione allegata.
 
Ci sono alcuni punti di primaria importanza, legati alla creazione della fonte ma imprescindibili per la utilizzazione di questa documentazione. In primo luogo i diritti e consensi per l’uso della registrazione, nel suo complesso o di una parte di essa, nel tempo presente o in futuro: deve essere chiaro chi detiene questi diritti, chi può esercitarli in caso di morte dell’interessato ed è quindi opportuno procurarsi una dichiarazione liberatoria che rimarrà valida a prescindere dal luogo di destinazione del documento: archivio personale, pubblico, biblioteca, fondazione,…
 
Una seria attenzione va riservata alla tutela della privacy, particolarmente rilevante per una fonte come quella orale che pone in primo piano l’individuo con tutta la rete delle proprie relazioni. E’ questo un ambito particolarmente delicato da gestire e oggetto di specifica attenzione anche legislativa; oltre al rispetto del codice di deontologia per il trattamento di dati personali per scopi storici, si impone il rispetto nei confronti dell’intervistato e nasce una responsabilità morale nella utilizzazione di questo materiale.
 
Il passo successivo, subito dopo aver prodotto una copia del documento, è la sua catalogazione.
La descrizione catalografica è il mezzo che permette la comunicazione di un documento. La attività di catalogazione e le scelte catalografiche sono legate a vari fattori - il volume dei materiali, le risorse umane e finanziarie disponibili - e in gran parte sono in relazione al tipo di utenza dell’archivio, che determina il livello della descrizione, cioè la sua maggiore o minore analiticità.
Le fonti orali hanno generalmente la forma fisica di audiovisivi e possono trovarsi sia in biblioteche che in archivi, pubblici o privati;la loro localizzazione e il tipo di utenza hanno in parte determinato le scelte catalografiche: l’inventariazione archivistica è infatti costituita dalla descrizione dei documenti raggruppati in base alla provenienza, mentre la descrizione bibliografica prende in esame i singoli documenti.
Biblioteche e archivi cercano da tempo di trovare un approccio omogeneo per la descrizione delle fonti orali, elaborando alcune linee guida minime per la descrizione bibliografica che possano essere prese a riferimento da archivi, biblioteche ed istituti che si trovino a gestire questi documenti, senza che questo comporti la perdita delle caratteristiche tradizionalmente proprie di ogni realtà.
Oggi gli archivi informatizzati consentono percorsi di acquisizione e ricerca non contemplati dalla tradizionale catalogazione; la ricerca sui documenti è possibile a vasto raggio, sono di fatto superate le gerarchizzazioni nelle vie di accesso al catalogo, all’informazione.
 
Riprendiamo il discorso sulla conservazione:
Un aspetto molto interessante – direi avvincente – della collezione della Discoteca di Stato è, come accennato, la molteplicità “fisica” dei documenti che conserva. Questa collezione è ancora prevalentemente composta da supporti sonori, audio, dei quali si può seguire l’evoluzione tecnologica dai cilindri utilizzati dalle prime “macchine parlanti” come i fonografi Edison ai CD, fino alla smaterializzazione dei supporti e alla trasformazione dei contenuti in files.
Questo excursus fa percepire, materialmente, la spasmodica ricerca di supporti, che contenessero una sempre maggiore quantità di tempo sonoro, di qualità sempre migliore.
Tutti questi oggetti creati dall’inventiva umana si sono tuttavia rivelati molto fragili, deperibili: sbalzi di temperatura, umidità eccessiva, campi magnetici, reazioni chimiche e tanto altro hanno costretto gli archivi ad una continua attività conservativa di tale documentazione, molto più delicata ad esempio di quella cartacea..
 
L’ evoluzione tecnologica rappresenta anche il fattore più importante per la paventata perdita dei contenuti di quei supporti: anche nel caso in cui si sia riusciti a conservare nel miglior modo i supporti non è assolutamente certo che si abbiano sempre disponibili le macchine che ne permettano la consultazione. Non è certo semplice avere oggi a disposizione per esempio dei fonografi o dei magnetofoni a filo metallico, con i quali ascoltarne i relativi supporti. Si può correre quindi il rischio di avere un bellissimo archivio di oggetti sonori, di documenti, di fonti sonore, ben conservati ma che non è possibile ascoltare.
 
Il Comitato Tecnico dell’International  Association of Sound and Audiovisual Archives (IASA) nel febbraio 1997 nello stabilire  le regole che allora apparivano più idonee a preservare i contenuti dei documenti audio consigliava il trasferimento dei supporti analogici in formato digitale (da non confondere con “su supporto digitale”). Si sarebbe quindi dovuto trasferire le registrazioni analogiche in formato audio digitale dalla resa simile al formato CD audio (solitamente un file WAVE pochissimo compresso, alla Discoteca di Stato è utilizzato il formato BWF, Broadcast Wave File) in maniera lineare, senza cioè operare interventi di restauro e soprattutto di ulteriore compressione, per intenderci come nel caso di un formato MP3. Questo sia che si trattasse di una collezione di un importante archivio di carattere nazionale come la Discoteca di Stato (riferendosi ad un “sistema di immagazzinamento digitale di massa”) sia di collezioni ugualmente importanti seppur meno imponenti.
Sullo stesso documento veniva però raccomandato non solo – e logicamente – di conservare i supporti originali analogici nei modi previsti e ormai standardizzati a livello internazionale e le macchine utili al loro uso, veniva altresì indicato di continuare a effettuare anche copie su supporti analogici di livello professionale in quanto non ancora sicuri di un completo accoglimento del “dominio digitale”.
Ecco, rimanendo solo su questo punto che ci interessa particolarmente, lo stesso Comitato Tecnico nel suo ultimo documento del dicembre 2005 stabilisce ormai definitivamente, oltre a raccomandare nuovamente una conservazione accurata dei supporti e delle macchine originali, un deciso trasferimento nell’ambito digitale:
 
“ In the analogue domain, the primary information suffers an increase in degradation each time it is copied. Only the digital domain offers the possibility of lossless copying when refreshing or migrating recordings … For the long-term preservation of the primary information contained on an analogue carrier it is necessary, therefore, to first transfer it to the digital domain”[1]
 
Il dominio digitale va inteso nel senso che tutti i contenuti originali del nostro archivio – siano essi su supporti analogici che su quelli digitali (cd audio, dat, …) – dovranno essere convertiti in digitale puro (file). Queste procedure sono previste per tutti gli archivi audiovisivi, che possiedano imponenti collezioni o meno, o molto meno. Il processo di digitalizzazione che coinvolge gli archivi di carattere nazionale che conservano milioni di ore di documentazione (digital mass storage system) comporterà logicamente un adeguato impegno di risorse economiche e umane. Riportando però lo stesso procedimento in un archivio di conservazione meno “voluminoso” – ma lo stesso importante – si potranno impostare “stazioni di trasferimento” e “sistemi di stoccaggio” alla portata delle modeste risorse, soprattutto economiche, disponibili da questi enti culturali.
E la Discoteca di Stato è attualmente impegnata  in questo processo di completa digitalizzazione del suo archivio.
 
In conclusione di queste brevi note mi preme sottolineare che il rilancio del ruolo della Discoteca di Stato – Museo dell’audiovisivo e la sua ormai prossima trasformazione in Istituto centrale dei beni sonori e audiovisivi sta rendendo questa istituzione un punto di riferimento sempre più importante.
Ultimamente e seguendo una direzione che dagli inizi degli anni Ottanta è stata abbastanza stabile, anche attraverso la creazione di un gruppo di lavoro specifico sulla storia orale, l’Istituto ha predisposto progetti di acquisizione di fonti orali utili alla ricerca storica contemporanea. e sta lavorando a:
 
-   diventare il centro di una rete informativa dove convergano gli istituti e i privati in possesso di archivi di storia orale (tramite il sito web, un portale...);
-   offrire supporto tecnico (informativo o pratico) per il riversamento degli archivi, considerando che la conservazione dei documenti sonori e audiovisivi implica necessariamente il trasferimento delle informazioni nel cosiddetto “dominio digitale”;
-   fornire supporto scientifico sulla raccolta e registrazione;
-   promuovere iniziative di raccolta di tali fonti, da commissionare all’esterno e, soprattutto, da effettuarne direttamente.
 
Va infine sottolineato che la Discoteca è un istituto pubblico, alle dipendenze del Ministero per i beni e le attività culturali, al quale possono rivolgersi liberamente a altri istituti, associazioni culturali, ricercatori, impegnati prevalentemente nel settore della documentazione audiovisiva non solo per richiedere approfondimenti e sussidi di varia natura, ma anche per proporre la acquisizione della documentazione in proprio possesso, qualora intendano conservarla in modo appropriato e metterla a disposizione della consultazione pubblica, effettuando una donazione del materiale prodotto per le ricerche storiche, antropologiche, musicali che potrebbe essere ri/utilizzato per altre ricerche, per altri studi.


[1] IASA, Technical Committee,  Standards, Recommended Practices and Strategies, version 3, December 2005;
Pubblicato su:  http://www.iasa-web.org
 

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