Fonti orali e beni culturali demoetnoantropologici immateriali: la catalogazione mediante la scheda BDI dell’ICCD (Seminario: Fonti orali. Esperienze di conservazione, integrazione, trattamento, Genova, 24-26 ottobre 2007)

Roberta Tucci

in n. 1-2/2008

 

Per loro natura le fonti orali si situano in un intreccio di approcci disciplinari differenziati, con conseguenti diverse attribuzioni di significato e di valore, già a partire dalle terminologie che di volta in volta vengono a esse applicate.
Nell’ambito delle scienze demoetnoantropologiche la raccolta di testimonianze orali di varia natura (canti, fiabe, proverbi, storie di vita, saperi ecc.), mediante ripresa sonora o video-filmica, ha un rilievo centrale nella ricerca scientifica applicata al terreno e ha costituito un imprescindibile fondamento metodologico per l’indagine e la documentazione almeno a partire dal secondo dopoguerra. È infatti con la nascita a Roma, nel 1948, del Centro nazionale studi di musica popolare dell’Accademia nazionale di Santa Cecilia (CNSMP) – ora Archivi di etnomusicologia – che viene dato sistematico avvio a un nuovo corso nella raccolta e nella documentazione delle tradizioni orali, in relazione al “come” e al “dove” raccogliere: come/ mediante apparecchiature tecniche per la registrazione sonora; dove/ in loco, sul campo, direttamente dai protagonisti delle culture locali.
Il medesimo orientamento ha costituito la base per i tanti importanti archivi e centri di ricerca, nazionali e locali, connessi alle fonti orali, sorti successivamente, fra cui, ai primi anni Sessanta del Novecento, l’altra grande struttura di carattere nazionale, l’Archivio etnico linguistico-musicale (AELM) della Discoteca di Stato, erede “naturale” del CNSMP, ma ampliato alla dialettologia, alla fiabistica e in generale alle “tradizioni orali”.
Se anche non si tiene conto delle documentazioni pionieristiche realizzate prima del 1948, soprattutto nel campo della cinematografia documentaria, i rilevamenti sonori e audiovisivi che gli antropologi e gli etnomusicologi italiani hanno effettuato in sessant’anni di attività di ricerca e documentazione in tutta Italia, nell’ambito di indirizzi e scuole anche molto diversificate, hanno prodotto un’incredibile quantità di fonti orali che sono andate a costituire archivi più o meno specializzati.
L’irruzione delle fonti orali nella tradizione archivistica italiana, sostanzialmente legata alla certezza della scrittura, ha modificato il concetto stesso di “fonte” in senso antropologico: un documento che prende vita in conseguenza di un rilevamento e che riflette un momento concreto e contingente, un atto comunicativo, espressivo e performativo da parte di attori sociali spesso coinvolti in relazioni processuali con i ricercatori. Fissato su un supporto audio o video diventa un documento orale, una fonte orale in un certo senso “cristallizzata”, che per la sua piena comprensione necessita di venire collegata al contesto sociale entro cui ha preso vita, rinviando dunque – per citare Diego Carpitella – alla “recensio aperta” propria della tradizione orale (in opposizione alla “recensio chiusa” della tradizione scritta).
Dunque le fonti orali, pur materializzate in supporti fisici che è possibile conservare, tutelare (riversare, restaurare ecc.) e archiviare in quanto tali, restano immateriali nei loro contenuti e nel loro senso più profondo e si traducono tanto in beni archivistici, entro i contesti unitari dei singoli archivi di cui fanno parte, quanto in beni culturali immateriali. Tale duplicità si riflette negli aspetti normativi: come fonti archivistiche restano delle testimonianze fissate a futura memoria e la loro tutela riguarda soprattutto la conservazione dei supporti entro cui sono “contenute” e che ne consentono la possibilità di ripetizione nel tempo; come beni culturali demoetnoantropologici immateriali rinviano a modelli socialmente condivisi nei diversi contesti sociali di provenienza e costituiscono elementi di conservazione e riplasmazione della memoria, di conoscenza del patrimonio culturale e di valorizzazione del territorio. Dunque per salvaguardare i beni immateriali non è sufficiente conservare i supporti audio-visivi che li contengono, ma occorre esercitare una sistematica protezione critica, un’allargata e condivisa promozione basata sulla ricerca e su forme inedite di tutela, dinamiche e non statiche.
Nel 1978 l’Istituto centrale per il catalogo e la documentazione (ICCD), in collaborazione con il mondo accademico e della ricerca scientifica, riconosce l’esistenza dei beni culturali “folklorici” e fra questi in specifico individua alcuni beni di natura immateriale, quali musiche e letterature orali, feste riti e cerimonie. Per la catalogazione di tali beni vengono create delle apposite schede FK.
Alla fine degli anni Novanta, in un quadro normativo e istituzionale radicalmente mutato, l’ICCD, su iniziativa della Regione Lazio, istituisce una commissione Stato-Regioni per la progettazione di una nuova scheda di catalogazione dei beni demoetnoantropologici (DEA) immateriali. Viene così dato vita alla scheda BDI (Beni demoetnoantropologici immateriali), di cui viene pubblicata la normativa, curata dalla Regione Lazio, in un primo fascicolo edito nel 2002 e in un secondo fascicolo edito nel 2006, contenente numerosi esempi di schede compilate e alcuni saggi introduttivi, oltre alle revisioni e agli aggiornamenti derivati dall’uso sperimentale della scheda. 
La scheda BDI si colloca in una nuova fase di produzione schedografica dell’ICCD, basata sull’informatizzazione e sull’allineamento dei tracciati. Nasce come scheda informatizzata entro il sistema informativo centrale SIGEC, in versione 3.00 prima e 3.01 poi, e nei sistemi informativi locali delle regioni. È costituita da un tracciato comprendente 25 paragrafi, da un’estesa normativa e dai vocabolari specifici.
La scheda BDI è stata progettata in modo del tutto nuovo, secondo un’accezione fortemente estensiva e articolata di bene immateriale. Si tratta di un tracciato unico e dunque necessariamente duttile, in grado di consentire la registrazione di una notevole quantità di dati che riguardano beni fra loro anche molto differenziati, molti dei quali rappresentano anche fonti orali.
Prevede una duplice modalità alternativa di redazione: archivio o terreno, applicandosi tanto a beni rilevati contestualmente sul terreno, quanto a beni già rilevati, fissati in supporti audio-visivi conservati in archivi e centri di ricerca. Per una stabile restituzione e fruizione del bene, la schedatura sul terreno prevede obbligatoriamente la realizzazione di un corredo audio-visivo: sei paragrafi del tracciato sono dedicati alla descrizione dei documenti audio-visivi primari allegati e di eventuali altri documenti audio-visivi integrativi.
Naturalmente la scheda BDI non sostituisce la scheda d’archivio: è un’altra forma di catalogazione, applicata a beni e non a documenti e per la sua compilazione è necessario che vi sia già stato un precedente ordinamento dei dati raccolti.
La catalogazione dei beni culturali DEA immateriali, dunque, nella gran parte dei casi, produce fonti orali oppure si applica a fonti orali: in ambedue i casi individuate, rilevate e documentate sul campo. Il suo uso richiede attenzioni e cautele metodologiche. Raccogliere beni immateriali e fissarli su supporti audio-visivi è un atto che produce fonti orali primarie: imprime su un supporto qualcosa di non presente prima, materializza un bene immateriale, fissa un’esecuzione “volatile” e la conserva a futura memoria, rende fruibile e pubblico un evento contingente. Dunque è un’operazione che implica un’importante assunzione di responsabilità e che pertanto va condotta da figure professionali specializzate. Occorrerebbe prevedere, per questo campo di ricerca, una specifica formazione post laurea.
Se in passato vi sono stati approcci amatoriali che hanno contribuito in modo sostanziale a fondare una nuova disciplina, oggi non è pensabile operare in questo settore di studio senza disporre di adeguati strumenti metodologici e scientifici, che consentano di affrontare in modo appropriato i vari nodi problematici. Fra questi, vi sono: la sistematicità del rilevamento; l’individuazione dei patrimoni culturali e degli attori sociali protagonisti; la dialogicità e il confronto fra ricercatori e attori sociali; l’esplicitazione degli scopi delle ricerche e dei punti di vista dei ricercatori (queste fonti non sono mai “oggettive”); gli standard di qualità nelle riprese audiovisive; la pertinenza nel trattamento dei dati (segmentazioni dei flussi comunicativi, indici, trascrizioni ecc.).
Infine, poiché la maggior parte delle fonti orali derivano da testimonianze raccolte attraverso interviste, occorre chiarire che le interviste non rappresentano in sé dei beni immateriali, ma costituiscono mezzi per ottenere esecuzioni di beni immateriali, oppure informazioni intorno ad essi. Possono anche contenere meri elementi colloquiali: dipende da come vengono condotte, dalla scelta degli attori sociali o degli informatori coinvolti, dalle metodologie applicate, dal contesto tematico della ricerca ecc. In ogni caso nel condurre le interviste è necessario avvalersi di un metodo coerente e specifico, eliminando qualsiasi condizionamento mediatico (soprattutto televisivo) e ciò può realizzarsi soltanto nell’ambito di una consolidata e consapevole prassi professionale.

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