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Gli “acquisti” degli Archivi nel corso del 2007

Bruna Angeloni

in Acquisti
L’archivio Amati Cellesi, famiglia del patriziato pistoiese
L’archivio familiare Amati Cellesi, di notevole interesse storico, ha documenti databili tra il XVI e il XIX secolo, costituiti dalle carte personali dei membri della famiglia e dalle carte patrimoniali (libri di ricordi, libri dei debitori e creditori, giornali di entrata e uscita, filze di negozi, processi, doti, eredità, amministrazioni pupillari); la documentazione più cospicua consiste nei libri di amministrazione delle fattorie di famiglia (registri di entrata e uscita, saldi colonici, movimenti di generi vari e di bestiame).

La famiglia Amati, originaria di Pistoia e lì attestata fin dal 1350, fu ascritta al patriziato pistoiese nel 1755. L’ultimo discendente, nel 1853, nominò erede del suo patrimonio il tredicenne Giulio di Luigi Cellesi, con l’obbligo di aggiungere il cognome Amati al proprio. Per questo motivo sono confluite nel fondo le carte dei Cellesi, anch’essi annoverati tra le più antiche e illustri famiglie pistoiesi. Vi si trovano, inoltre, un nucleo di documenti della famiglia Panciatichi – con numerose pergamene a partire dal secolo XIV, pervenuto dopo il matrimonio, nel 1768, di Tommasa Panciatichi e Giulio Giuseppe Amati – e altri piccoli nuclei documentali relativi alle famiglie Galeotti, Forteguerri, Mattei.

L’Archivio di Stato di Pistoia, che già possedeva una parte dell’archivio dei Cellesi, grazie al recente acquisto conserva ora sia il nucleo Amati Cellesi, preziosa integrazione di quanto già presente nell’Istituto, sia il nucleo Amati, unica fonte conosciuta finora per la storia di questa famiglia a partire dal XVIII secolo.
 
L’archivio della famiglia Antonini di Perugia
L’archivio ha documentazione dal 1333 al 1923. Un nucleo documentale è pertinente ai singoli membri della famiglia e consiste in lettere, attestati, conti, atti notarili, appunti di studio, curricula vitae, e in documentazione da essi prodotta anche in relazione agli incarichi svolti presso istituzioni locali. Le carte inerenti all’intero nucleo familiare invece sono costituite per lo più da lettere, fotografie, documenti relativi a questioni ereditarie, gestioni di beni, processi, sentenze e doti. Altre carte testimoniano i rapporti con diverse famiglie, alcune delle quali imparentate con gli Antonini. Un ulteriore nucleo consta di documentazione raccolta a vario titolo dai membri della famiglia. Assai pregevoli sono il codice membranaceo del 1333 contenente lo statuto del Consorzio dei notai di Perugia (almeno tre membri degli Antonini esercitarono la professione di notaio),  lo statuto del collegio dei fabbri di Perugia, un registro pergamenaceo contenente atti notarili rogati a casa del giurista Baldo degli Ubaldi tra il 1397 e il 1461 e il codice che raccoglie le regole delle Clarisse di Monteluce (PG).
Le carte sono ora conservate dall’Archivio di Stato di Perugia.
 
L’archivio Petrini: politica, massoneria, cultura e filologia
La documentazione acquisita comprende le carte personali di Lodovico Petrini (1817-1882), membro della Giovane Italia, delegato circondariale di pubblica sicurezza (1860), capo della loggia massonica sabina, capo del Centro insurrezionale di Rieti (1867) e sindaco della città (1870-1877). Vi sono compresi un piccolo fondo massonico (1863-64) e manoscritti e carteggi di Domenico Petrini (1902-1932), filologo tra i più insigni della scuola di Cesare De Lollis, nonché letterato, critico letterario, corrispondente di Croce, Fortunato, Luigi Russo, Gentile, Prezzolini e Codignola. 
Strettamente connessa alle carte è la biblioteca di famiglia, collezione di circa 2.000 volumi dei secoli XVIII-XX, pregevole per la presenza di testi rari sugli argomenti che appassionarono gli esponenti della cultura italiana nei primi trent’anni del secolo XX. Ne fanno parte anche prime edizioni dei romanzi di Svevo, Pirandello e delle poesie di Eugenio Montale, nonché opuscoli a tiratura limitata di opere di Croce, Gobetti, Gentile e le annate complete delle principali riviste del tempo.
La documentazione è ora conservata  dall’Archivio di Stato di Rieti.
 
L’archivio Janigro di Montagano
L’archivio documenta il ruolo svolto nel Molise dalla famiglia Janigro, una delle più rappresentative della borghesia agraria meridionale nel corso dei secoli XIX e XX. Sono distinguibili vari  nuclei. Il primo riguarda la famiglia: il carteggio dà notizie sullo stato patrimoniale e sulle sue trasformazioni nel corso di duecento anni (donazioni, compravendite,  controversie e cause civili, iscrizioni ipotecarie); le cause contro lo Stato e contro i privati rivelano i meccanismi legali e burocratici del tempo; i documenti scolastici, i regolamenti di collegio, i registri di spese domestiche, i componimenti poetici per le più svariate ricorrenze e tutta una serie di annotazioni di vita quotidiana facilitano la comprensione di un’epoca e dei suoi stili di vita. Nel nucleo dei carteggi privati vanno segnalati: il carteggio del garibaldino Gaetano Bracale, parente acquisito dei Janigro, accusato di attività sovversiva dal governo borbonico e poi, una volta proclamato lo Stato unitario, insignito di riconoscimenti; l’epistolario prodotto da due coniugi lungo tutto l’arco della loro vita, a partire dal fidanzamento, peraltro molto contrastato. Il nucleo iconografico è ricco di cartoline, con immagini di città e ambienti naturali, e fotografie di alta qualità estetica firmate da importanti fotografi campani e pugliesi, nonché dall’artista molisano Trombetta. Dell’azienda vinicola “Teodorico Janigro”, attiva dal 1890 al 1958, procurando impulso economico alla regione Molise e ricevendo premi e riconoscimenti in Italia e all’estero, si conservano i registri contabili, le buste paga, i contratti di pubblicità, la corrispondenza con fornitori e clienti, ma anche con il fisco, le banche e altri enti finanziatori. Altra documentazione riguarda l’azienda agricola di Giovanni Janigro, vissuto tra fine Ottocento e gli anni sessanta del Novecento, proprietario di alcune centinaia di ettari di terra nell’agro di Montagano e in Puglia; sono ben documentate le tappe del declino dell’azienda, emblematico per le attività agricole del Molise e riflesso dei periodi di crisi economica e politica nell’Italia dall’unità alla seconda guerra mondiale. Un altro nucleo riguarda l’attività politica di Giovanni Janigro, avvocato (1881-1964), che oltre ad adoperarsi per l’azienda agricola di famiglia fu tra i fondatori del partito Popolare Italiano e rivestì per anni cariche pubbliche: sindaco di Montagano, consigliere provinciale di Campobasso, presidente della Comunità montana, presidente della Camera di commercio, segretario regionale della Democrazia cristiana. Un altro membro della famiglia, Luigi, ingegnere e titolare di un’impresa edile, fu pure sindaco di Montagano dal 1887 al 1896.  
In questo archivio si conservano, infine, documenti relativi ad altre famiglie molisane: Sebastianelli,  Bracale, Catemario, Rulli, Pepe e Petrone.
La documentazione è ora conservata  dall’Archivio di Stato di Campobasso.
 
L’archivio dell’architetto Osvaldo Armanni
L’archivio è inerente sia all’attività didattica dell’architetto Armanni - insegnò disegno d’ornato e d’architettura all’Università di Roma – sia all’attività progettuale, svolta dalla fine dell’Ottocento agli anni venti del Novecento. La documentazione è costituita da elaborati grafici, su supporti diversi e di varie dimensioni (si contano complessivamente 501 disegni), corrispondenza e atti vari (capitolati, computi metrici, relazioni tecniche) corredati di materiale iconografico. I progetti rivelano l’abilità dell’Armanni a utilizzare i vari stili, secondo i principi accademici diffusi al suo tempo, e ad armonizzare le costruzioni con l’ambiente (è il caso dello studio di ricomposizione del tempio di Vulcano a Ostia, dei progetti per la facciata del duomo di Arezzo, per il completamento della porta urbica di S. Pietro in Perugia, per la restaurazione in forme palladiane del teatro Olimpico di Vicenza e per il monumento a Vittorio Emanuele II in Roma). L’opera più significativa è rappresentata dalla Sinagoga romana (1904), costruita in collaborazione con l’ingegnere Vincenzo Costa sull’area del vecchio ghetto. Ma tutte le sue opere denotano l’attenzione all’elemento tecnico della costruzione e alle forme architettoniche di moderata solennità, conformemente agli ideali retorici e celebrativi dell’architettura ufficiale del tempo: ne sono conferma l’oratorio israelitico in Roma, l’edificio per le scuole di Umbertide, la camera di commercio di Foligno, i palazzi delle poste edificati a Perugia, Mantova, Reggio Calabria e, non di meno, l’ultima sua opera, il convitto nazionale “Principe di Napoli” per gli orfani dei maestri in Assisi (1927), ispirato alle costruzioni medievali assisiati.
La documentazione è ora conservata  dall’Archivio di Stato di Perugia.
 
L’archivio familiare La Rocca-Ardoino
La documentazione è del periodo 1479-1900 e afferisce  alle famiglie La Rocca e Ardoino. La famiglia La Rocca nel 1606 acquistò dal viceré di Sicilia le miniere di allume; nel 1627 risulta già insignita del marchesato di Roccalumera, cui si aggiungerà il principato di Alcontres, che agli inizi del XVIII secolo passeranno per matrimonio alla famiglia Ardoino, marchesi di Surito e Floresta. L’archivio ha documenti sulle investiture dei feudi, in prevalenza nel territorio di Ragusa, e in materia di compravendite e donazioni; vi sono capitoli matrimoniali, testamenti, costituzioni di doti, cause, sentenze, procure e corrispondenza varia.
Le carte riguardanti direttamente i La Rocca e gli Ardoino cessano con il 1746; quelle di datazione successiva sono relative ad altre famiglie, tra cui i Puccio, gli Statella e i Moncada. Alcune memorie riguardano i Sortino e un volume raccoglie esclusivamente documentazione del XVII secolo afferente alla famiglia romana dei Ludovisi, che si imparentò con gli Ardoino.
La documentazione è ora conservata  dall’Archivio di Stato di Messina.

Fondazione Ansaldo