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Inter armas tacent musae. Archivi, biblioteche e istituti scientifici a Napoli durante la guerra 1940-1945, a cura di Antonio Borrelli, Napoli, Libreria Dante & Descartes, 2005
![]() Come può la storia degli archivi e delle biblioteche emozionare? Di cosa, in fondo, si tratta, se non di spostamenti di libri e di carte, che migrano da un deposito all’altro, accompagnate da elenchi, inventari, verbali e precedute da decreti, circolari, ordini di servizio? E se, a questa, si aggiunge la storia delle collezioni scientifiche, con il trasmigrare di polverosi oggetti e strumenti, l’effetto non dovrebbe mutare. Ma quando, sullo sfondo delle vicende narrate, appare l’apocalittico scenario della seconda guerra mondiale, con gli eserciti tedesco, italiano, inglese e americano, alleati e nemici, ma tutti ugualmente pericolosi per la sopravvivenza dei preziosi materiali, gli ingredienti costituiscono una miscela di notevole interesse e la lettura diviene appassionante.
Inter arma tacent musae è una singolare cronaca di guerra, anzi una raccolta di storie, sapientemente assemblate e incorniciate dalla dotta e commossa Introduzione di Antonio Borrelli, da tempo impegnato, oltre che come funzionario direttore di biblioteca, nella ricostruzione storica delle istituzioni culturali e scientifiche napoletane, basata su approfondite ricerche documentarie, rese in pregevoli pubblicazioni.
Il curatore ha riunito le relazioni scritte e pubblicate, tra il 1943 e il 1950, dai vari direttori degli istituti culturali napoletani, durante e immediatamente dopo lo svolgersi degli avvenimenti narrati. Riccardo Filangieri, Guerriera Guerrieri, Giuseppina Castellano Lanzara, Giuseppe Montalenti, Luigi Carnera, Giuseppe Imbò - sui quali si leggono, in appendice, utili cenni biografici - raccontano le vicende occorse al patrimonio conservato nelle prestigiose sedi da loro stessi dirette, rispettivamente l’Archivio di Stato di Napoli, la Biblioteca nazionale, la Biblioteca universitaria, la Stazione zoologica, l’Osservatorio astronomico, l’Osservatorio vesuviano. Ernesto Pontieri, inoltre, firma un’apocalittica relazione sulle “rovine di guerra”, ancora fumanti, costituite da quel che rimaneva del patrimonio storico-artistico della città: chiese, monumenti, archivi e biblioteche, vittime sacrificate all’ordine perentorio che lo stesso Hitler avrebbe diramato, sulla necessità di ridurre Napoli in “fango e cenere”, subito dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Al primo atto di quella che sarà una escalation di barbarie e di violenze, si riferisce l’anonima relazione del 12 settembre dello stesso anno, sull’incendio appiccato dai Tedeschi all’Università di Napoli, che completa la raccolta dei testi inclusi nel libro.
Salvare il patrimonio custodito nelle gloriose istituzioni napoletane, beni che oggi chiameremmo “culturali”, riassumendone le specificità nella moderna terminologia, costituiva una questione di notevole portata, sia amministrativa che politica, e come tale venne affrontata, con ‘stile’ diverso da ognuno dei dirigenti interessati. Tali diversità si evidenziano nelle varie relazioni e soprattutto nei carteggi amministrativi che Antonio Borrelli ha rintracciato, con fruttuoso accanimento, negli archivi. Ancora una volta, le aride carte “burocratiche” illuminano, con evidente chiarezza, le motivazioni di scelte drammatiche. Vi fu, tra i direttori, chi scelse di conservare gli oggetti preziosi in ricoveri sotterranei di sicurezza e chi, invece, preferì trasferirli in zone periferiche, lontane dagli agglomerati urbani; in ogni caso tali decisioni, evidentemente assai sofferte, giunsero sempre a conclusione di complesse procedure e di delicate trattative con le autorità di riferimento.
Furono inoltre precedute da un lavoro difficile e per noi interessantissimo, di censimento e di classificazione dei materiali “da salvare”, con criteri di individuazione e di valutazione che, ancora oggi, appaiono problematici, contenendo, nella loro stessa natura, riflessioni qualitative e quantitative, sempre relative e opinabili.
Nelle biblioteche pubbliche, già dal ’36, si procedette all’attribuzione a tre classi - A, B, C - di tre categorie di materiali: cimeli e libri rari, libri “di qualche interesse”, libri “di più modesto valore”. I gruppi così suddivisi avrebbero poi meritato sorte diversa; quelli più preziosi, classificati nel gruppo A, sarebbero stati trasferiti nei monasteri benedettini di Montevergine e di Mercogliano.
Analoga selezione fu approntata nell’Archivio di Stato di Napoli, dove Riccardo Filangieri aveva, a partire dal 1940, proposto e realizzato un sistema “di protezione in sede” dei documenti archivistici nell’ampio locale sotterraneo occupato, nel primo Ottocento, dal Teatro di San Severino. Ma i successivi bombardamenti sulla città, che produssero notevoli, anche se non ingenti, danni all’edificio, lo indussero a privilegiare l’idea di un trasferimento della carte in luogo lontano, ritenuto più sicuro.
Come sia andata a finire la storia delle 866 casse di documenti incenerite a Villa Montesano presso Nola è risaputo. Quanto, inoltre, l’evento disastroso abbia colpito l’opinione pubblica dell’epoca appare evidente leggendo le relazioni degli altri direttori, che citano l’incendio di San Paolo Belsito come la distruzione più efferata e drammatica, fra tutte quelle subite dal patrimonio culturale durante la guerra. Non a caso, inoltre, Borrelli sceglie di pubblicare, in apertura, un brano tratto dai Taccuini di guerra di Benedetto Croce, il quale, appresa “l’orrenda notizia”, confessa di sentirsi “con l’animo di chi ha visto morire la persona più cara, ma con la mente di chi misura l’immensità della perdita per la nostra tradizione e per la scienza storica”.
E’ questa la stessa emozione che si rivela negli scritti dei testimoni che vissero in prima persona la drammaticità degli avvenimenti narrati. Come nota l’Autore, quasi tutti le relazioni si connotano per uno stile letterario, quasi diaristico, che le accomuna ai più famosi romanzi di Malaparte o di Lewis, del quale si riporta l’aneddoto - non si sa quanto veritiero - degli esemplari più pregiati dell’Acquario, serviti nel banchetto di benvenuto al generale Clark.
Particolarmente emozionante risulta lo stile scrittorio dalla leggendaria Guerriera Guerrieri, così ricco di riflessioni personali, nelle quali traspare evidente la passione professionale e la ‘grinta’ che la contraddistinsero, oltre ad una notevole sensibilità che la indusse a notare, per esempio, quanto le stesse truppe di occupazione insediate nel Palazzo reale di Napoli e, quindi, anche nei locali della Biblioteca nazionale, fossero colpite e ammirate dagli innumerevoli tesori conservati negli scaffali.
Anche il racconto della Castellano Lanzara del suo viaggio a Minturno, ‘verso la salvezza’ nel convento di San Francesco, è caratterizzato da squarci lirici dedicati al paesaggio, o ai suoi libri devastati, descritti come vittime umane ferite e mutilate, alternati a un piglio quasi epico, nel narrare, per esempio, il suo coraggioso peregrinare da un’autorità all’altra, per chiedere soccorso.
Un tale impegno, profuso dai protagonisti di queste storie, che ci hanno preceduto di appena una generazione, costituisce, senza dubbio, una testimonianza preziosa e un serio monito per il futuro. Antonio Borrelli lo scrive e vi attribuisce il senso e il messaggio etico contenuto nel suo libro, che perciò si rivela bello, utile e tanto più opportuno, perché prodotto in un momento storico - il nostro, oggi - di grave crisi delle istituzioni culturali più prestigiose del nostro Paese, che richiedono, e anzi esigono, un rinnovato impegno per la loro tutela.
Rossana Spadaccini
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