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Archivi audiovisivi: problemi di formazione

Letizia Cortini*

in nn. 2-3/2006
Ritengo opportuna, nell’ambito di questa importante iniziativa, evidenziare, - accennandole appena per motivi di brevità – alcune criticità relative, in particolare in Italia, alla formazione nel campo della conservazione, trattamento, valorizzazione dei documenti audiovisivi negli archivi di immagini in movimento.
Come è noto, attualmente le professionalità che operano nel settore del trattamento dei documenti filmici, audiovisivi e sonori in Italia provengono da percorsi formativi differenti, spesso improvvisati e costruiti lavorando sul campo. Non esistono infatti strutture di formazione istituzionali ad hoc, in ambito universitario o nelle scuole d’istruzione superiore, per operare all’interno di cineteche, mediateche, archivi audiovisivi. E’ un settore di cui finalmente da alcuni anni hanno iniziato ad occuparsi anche gli archivisti “tradizionali”.
Tuttora, però, i grandi archivi audiovisivi e le cineteche continuano a fare affidamento soprattutto su una consolidata pratica del mestiere, che viene tramandata internamente, in particolare per quel che riguarda il trattamento e la gestione dei supporti.
Il proliferare, dagli anni sessanta/settanta in poi, di piccoli/medi/grandi archivi che gestiscono patrimoni o fondi audiovisivi e l’accumularsi di enormi giacimenti di immagini in movimento presso le televisioni e le società di produzione, accanto al fenomeno dell’aumento della domanda di uso e/o riuso di immagini da parte di un’utenza diversificata e sempre più “famelica”, ha finalmente suscitato un’attenzione crescente alle problematiche del recupero, descrizione e valorizzazione di tali “nuovi” beni culturali (dichiarati tali in Italia solo dalla fine del 1999) e quindi alla necessità di una formazione adeguata.
Si diffondono, con una certa periodicità, master, moduli didattici all’interno di corsi universitari, seminari e corsi promossi da dipartimenti universitari, associazioni, società e scuole di archivistica. Si tratta, però, di iniziative ancora episodiche, alcune delle quali ricorrenti e valide dal punto di vista scientifico e didattico, spesso di respiro anche europeo, come quelle promosse nell’ambito del progetto Tape (Cflr e Anai), o come i corsi e i seminari organizzati dalla Fondazione Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico. Diversi corsi, però, di più recente attivazione, sono realizzati non sempre a diretto contatto con gli istituti di conservazione, e risultano troppo brevi per approfondire adeguatamente le molteplici tematiche. Spesso, inoltre, riguardano ambiti specifici delle attività di gestione e trattamento dei patrimoni audiovisivi, non offrendo un’adeguata preparazione in settori importanti come per esempio quello del restauro. Si tratta in ogni caso di iniziative importanti, nel panorama di assoluta mancanza di tutela e formazione che vigeva in tale settore fino a pochi anni fa.
E’ sempre più urgente, quindi, capire se esistano le possibilità per individuare un profilo formativo istituzionale, promosso e concordato da e con enti e istituzioni diverse, quali università, strutture di conservazione, istituzioni governative, associazioni culturali, competenze professionali specifiche, che possano concretizzarsi con l’istituzione di una Scuola di studi di alta formazione nel campo del trattamento, conservazione e valorizzazione dell’audiovisivo. Il Centro di fotoriproduzione legatoria e restauro degli archivi di stato, grazie all’impegno della direttrice Gigliola Fioravanti, si sta muovendo in tale direzione.
Occorrerebbe forse, a tal fine, oltre a un censimento/inchiesta sull’offerta formativa archivistica in generale, fare il punto della situazione in Italia anche sull’offerta formativa nel settore specifico del trattamento degli audiovisivi e, soprattutto, tracciare una mappa delle attuali professionalità esistenti nel paese - operanti singolarmente all’interno di laboratori e società privati, o nelle grandi strutture cinetecarie e televisive e in grado di “formare dei formatori” -, per coinvolgerle in un più ampio progetto, verificando con loro le strategie e le metodologie migliori da seguire per avviare un piano di formazione su scala nazionale.
L’impresa è ambiziosa, costosa e faticosa; si tratta, infatti, di riuscire a strutturare insegnamenti che tengano conto di esigenze e pratiche diverse, tutte necessarie all’interno della gestione di un archivio audiovisivo, che conserva spesso materiali tanto diversi, per tipologia, contenuto, supporto, etc. Mi riferisco non solo alle attività e alle discipline che si occupano di conservazione, restauro dei diversi supporti (ora anche digitali), ma anche a quelle relative alla descrizione dei documenti filmici (per la quale non esistono standard condivisi in Italia e che richiede competenze specifiche e diverse rispetto a quelle relative al trattamento del documento cartaceo), all’approntamento di banche dati e sistemi informativi, oggi adottati e adattati alle esigenze specifiche di ogni struttura, ma anch’essi non in modo condiviso. Penso infine all’importanza della valorizzazione di tali patrimoni, alla questione dell’accesso ad essi, agli enormi costi che ciò comporta e alla mancanza di professionalità e competenze specifiche dedite a tale specifica attività, così come in materia di gestione di diritti d’autore e commerciali.
Come non segnalare, infine, la mancanza tuttora, all’interno delle strutture che gestiscono documentazione filmica (a prescindere dai supporti), di una cultura archivistica, sempre più necessaria anche in questo settore dei beni culturali, per affrontare correttamente problematiche quali l’autenticità, l’originalità dei documenti, il legame e i vincoli con le altre tipologie documentarie, la necessità di tener conto del contesto e della provenienza del documento, la conservazione a lungo termine non solo dei supporti tradizionali ma anche di quelli digitali, la storia dei soggetti produttori, etc. Del resto, gli stessi archivisti “tradizionali” (e mi scuso per l’uso di tale specificazione) stentano a tenere nel debito conto le esigenze di strutture che gestiscono documentazione audiovisiva, diversa, per linguaggio, forma, supporto, e trattamento, da quella cartacea; documentazione che sebbene “storica”, da pochi anni è stata “riscoperta” e recuperata, riconosciuta bene culturale e tutelata finalmente dallo Stato (dal 1999), e adesso va aumentando, con il tempo, il proprio valore di bene commerciale, oltre che culturale, con tutte le ambiguità e le problematiche che tale doppia natura ancora comporta.
Si tratta di criticità nell’affrontare le quali la cultura biblioteconomica, che per prima si è occupata del trattamento di tali beni, ha evidenziato i propri limiti.
L’auspicio è allora quello che possano aumentare il dialogo e la conoscenza più approfonditi tra professionalità e tradizioni culturali e disciplinari diverse, al fine di mettere a punto un progetto formativo adeguato in tale settore e creare in Italia una struttura didattica istituzionale permanente per la gestione e il trattamento dei documenti negli archivi audiovisivi (filmici innanzitutto, ma anche fotografici, cartacei, iconografici).
 
* Fondazione Aamod

Fondazione Ansaldo