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La collaborazione volontaria: quale percorso formativo?

Anna Maria Iozzia*

in nn. 2-3/2006
L’interrogativo contenuto nel titolo del mio intervento scaturisce dalle indicazioni piuttosto generiche suggerite dalle circolari emanate in materia di collaborazione volontaria, ex art. 55. del D.P.R. 30 settembre 1963, n. 1409. 
In tali circolari (n. 37 dell’8 luglio 1974 e n. 90 del 24 luglio 1993) si sottolinea che la collaborazione volontaria è rivolta alla “formazione dell’interesse e della capacità per la ricerca archivistica", che questa formazione deve essere conseguita “ mediante una quotidiana consuetudine con le serie archivistiche antiche e recenti e con i fondamentali compiti dell’ordinamento e della inventariazione di esse” e che i collaboratori volontari devono essere utilizzati esclusivamente per mansioni specifiche dei profili professionali dell’area direttiva tecnica degli Archivi di Stato.
Una formazione professionale, dunque, di carattere teorico e pratico, che (ai sensi della circ. n. 9093) deve essere curata da un funzionario dell’Istituto.
Come articolare questo percorso formativo? Quanto tempo dedicare alla formazione teorica e quanto alla formazione pratica? Le suddette circolari lasciano molto spazio alla discrezionalità  dei singoli Istituti archivistici.
L’esperienza maturata presso l’Archivio di Stato di Catania- dove dal 1991 ad oggi sono state presentate ed accolte diciotto istanze di collaborazione volontaria- mi induce a riferire sulle soluzioni adottate e sulle problematiche emerse al fine di stimolare un proficuo confronto con gli altri Istituti archivistici.
Per quanto riguarda la preparazione di carattere teorico essa è più che mai necessaria, perché, nonostante l’art. 55 preveda che “persone particolarmente idonee” vengano ammesse a prestare, a titolo gratuito, opera di collaborazione presso l’Amministrazione archivistica, raramente i giovani ammessi sono in possesso di specifici titoli professionali. A Catania, ad esempio, tra i diciotto aspiranti volontari (quindici donne e tre uomini) soltanto tre avevano un’adeguata preparazione acquisita, rispettivamente, con il diploma di “Paleografia, archivistica e diplomatica” rilasciato dalla Scuola Vaticana, con la laurea in Conservazione dei Beni culturali ad indirizzo archivistico- librario e con la frequenza della Scuola speciale per archivisti e bibliotecari dell’Università “La Sapienza” di Roma. Per il resto, cinque si erano laureati o avevano conseguito il dottorato di ricerca o un master universitario con tesi elaborate attraverso ricerche di archivio e gli altri, laureati soprattutto in materie letterarie, avevano una conoscenza  piuttosto generica della funzione culturale  degli Archivi di Stato. 
Indubbiamente l’optimun della preparazione teorica si ottiene con un ciclo di lezioni in cui il rapporto diretto tra docente e discenti favorisce una comprensione più immediata fissando meglio i concetti principali, consentendo, in tempo reale, di chiarire eventuali dubbi. E’ evidente, però, che il funzionario - tutor non può dedicarsi a tempo pieno a questa attività; si è scelto pertanto, dopo l’illustrazione dei compiti e delle finalità dell’Amministrazione archivistica prevista dalla circolare n. 90/93, di far leggere i manuali più aggiornati di archivistica, rimandando alla fine della lettura stessa l’esame delle problematiche emerse. Tale lettura è intercalata con la frequenza, per alcuni giorni, dell’ufficio di protocollo per far constatare direttamente le varie fasi della classificazione, della  registrazione e dell’archiviazione  dei documenti.   
Successivamente, al fine di  ottenere la consuetudine con le serie archivistiche antiche e recenti, si fa prendere visione dei mezzi di corredo dei fondi archivistici più consultati in Sala di studio  riscontrando, contemporaneamente, nei depositi la rispondenza tra i numeri di corda e le relative unità archivistiche; si forniscono indicazioni sulle principali istituzioni locali e  si fanno leggere alcuni documenti (in genere a partire dal ’700, in quanto la lettura di documenti più antichi, soprattutto di quelli medievali, richiede un notevole impegno che porterebbe via tanto tempo) di cui vengono evidenziate le abbreviature più ricorrenti.
 Infine, in merito ai lavori da affidare, ci si è orientati, dapprima, esclusivamente verso i lavori  di inventariazione di  fondi archivistici con mezzi di corredo carenti o sprovvisti di elenco. Tuttavia il ristretto arco temporale del periodo di collaborazione volontaria (sei mesi) ha fatto sì che, nella maggior parte dei casi, il riordinamento non sia stato portato a termine e non sia stato possibile redigere l’inventario. Su tali risultati ha influito, comunque, anche la tipologia dei fondi affidati (Prefettura, Corporazioni religiose soppresse, Archivi privati) che richiedono, ai fini della schedatura, un attento ed accurato esame delle singole unità archivistiche. Non a caso, su cinque lavori completati, quattro riguardano fondi giudiziari in cui la presenza di serie abbastanza omogenee - che comportano soltanto il riscontro degli estremi cronologici, quali le Sentenze- consente di portare avanti il lavoro con più facilità. Relativamente al quinto lavoro completato, l’inventariazione analitica di una serie di solo tre buste dei Beni ecclesiastici, finalizzata all’elaborazione della tesi di specializzazione presso “La Sapienza” di Roma - Rivoluzione siciliana del 1848: l’eversione dei beni ecclesiastici nelle fonti dell’Archivio di Stato di Catania- il vantaggio per l’archivio è stato minimo.
Negli ultimi anni, oltre che nei riordinamenti (che rimangono, però, il nucleo principale della formazione professionale), i volontari sono stati coinvolti anche in altri compiti, quali l’assistenza in Sala di studio, il rilevamento di dati per il controllo di gestione, le  ricerche per corrispondenza o per conto dell’Istituto, l’allestimento di mostre e i lavori preliminari per la realizzazione dell’Archivio Storico Multimediale del Mediterraneo. 
Alla luce di queste esperienze, sarebbe opportuno, affinché la collaborazione volontaria risponda meglio alle sue finalità formative, che  il periodo di servizio venga prolungato ad almeno un anno e che siano elaborate strategie di intervento comuni che, nel rispetto delle esigenze dei singoli Istituti, forniscano una preparazione uniforme e tendano al raggiungimento di risultati più soddisfacenti nel campo dell’inventariazione.
 Non va poi trascurata la possibilità che, per incentivare le domande di volontariato e per impedire l’abbandono del servizio in corso d’opera (a Catania soltanto dieci hanno completato il periodo di prova, cinque se ne sono andati dopo qualche mese e tre non hanno mai preso servizio perché avevano trovato lavoro), vengano adottati dei provvedimenti che offrano maggiore gratificazione ad un lavoro gratuito e  vantaggi più concreti -finora limitati soltanto all’esonero del periodo di prova per chi entra nella carriera direttiva del ruolo degli archivisti di Stato - sia nell’ambito dell’Amministra-zione archivistica, che esternamente ad essa. 
 
* Archivio di Stato di Catania

Fondazione Ansaldo