Web Agency

Quale formazione? E per quale figura professionale?

Giorgetta Bonfiglio-Dosio

in nn. 2-3/2006

Alla vigilia del seminario, organizzato dall’ANAI, su “La formazione dell’archivista”, che si svolgerà a Erice dal 2 al 4 novembre, la voglia di incontro e di discussione con tanti colleghi cresce; domande e proposte si affastellano nella mente in attesa dell’incontro ormai imminente. Diviene naturale ripensare a quanto si è discusso lo scorso 18-20 maggio a Varsavia nell’ambito della VII European Conference on archives, dedicata appunto al tema della formazione, e proporre ai colleghi italiani alcuni dei risultati più significativi di quel convegno, che possono diventare spunti di discussione.

Accanto al resoconto sintetico del dibattito, sviluppatosi a Varsavia, relativo alla formazione dell’archivista ho inserito spiegazioni, allusioni alla situazione italiana, rinvii a riflessioni già compiute, annotazioni personali per presentare in forma sintetica argomenti di approfondimento.
Molte relazioni della Conferenza hanno evidenziato che si riscontra una crescente rilevanza degli archivi nel contesto sociale e civile. Ma, a fronte di tale crescente importanza degli archivi nella vita delle organizzazioni pubbliche e private, emergono talune criticità che richiedono un adeguamento del ruolo civile dell’archivista. L’amnesia collettiva, che pervade la civiltà contemporanea, è una malattia sociale, che rende urgente e necessaria una lucida politica della conservazione da parte delle istituzioni e un’attenzione per la conservazione in tutti i suoi molteplici aspetti da parte degli archivisti. D’altro canto la ridondanza di informazioni deve essere governata con l’affinamento della capacità di selezionare i documenti. La necessità della comunicazione, imperativo globale, richiede sicura padronanza delle tecnologie. L’esigenza di qualità dei servizi archivistici è cresciuta e determina il bisogno di aggiornamento professionale costante e di adeguamento delle conoscenze, della capacità e delle abilità. L’archivista, quindi, deve possedere saperi tecnici, ma anche saperi sociali, come è emerso anche in un convegno sul medesimo tema, svoltosi nel 2005 all’Università di Lovanio. In effetti, l’archivista, ora più che mai, si trova ad agire in un clima di indispensabile collaborazione con altre professionalità per conseguite lo scopo di conservare la memoria.
Comunque, il ruolo dell’archivista rimane di rilevante interesse pubblico, anche se egli opera nel settore privato, in quanto è persona in grado di validare i dati e di mantenere memoria giuridicamente rilevante. Il diploma di scuola media superiore è attualmente ritenuto insufficiente per l’esercizio della professione. In effetti è insufficiente anche per l’iscrizione alle Scuole di archivistica, paleografia e diplomatica degli Archivi di Stato, se si considera, per quanto riguarda la situazione italiana, la carenza di preparazione dei diplomati nel settore storico e giuridico, che sono le due gambe su cui tradizionalmente cammina l’archivistica, oltre che nella conoscenza del latino. L’archivistica è disciplina scientifica che richiede specifici percorsi formativi di carattere universitario di I e II livello, ma senza ottiche anguste. Si è universalmente ribadita la necessità di basi teoriche forti in grado di improntare la pratica corrente: in questo l’Italia parte avvantaggiata rispetto ad altri paesi, ma deve difendere questo vantaggio di fronte a chi desidera percorrere scorciatoie comode e superficiali. Si sta vivendo un periodo critico di ridefinizione del ruolo degli archivi e degli archivisti: gli archivi sono fonti per la storia e sono strumenti di gestione amministrativa. Questo comporta che il processo formativo crei comunque una doppia professionalità spendibile nel momento di produzione degli archivi e nella fase di conservazione. Si deve discutere per condividere uno standard didattico europeo che tenga conto di questo doppio ruolo degli archivi e degli archivisti. Ma nel medesimo tempo è necessario, almeno per il contesto italiano, discutere la rete e l’organizzazione degli istituti dedicati alla conservazione documentaria e definire regole per la corretta conservazione a lungo termine dei supporti. L’informatica ha assunto un ruolo importante, perché oggi i documenti sono digitali e perché le tecniche di informazione, conoscenza, divulgazione, didattica utilizzano sempre più tecnologie informatiche. Però è essenziale non confondere competenze e ruoli dei due settori. Si riscontra una generale carenza di conoscenze in campo informatico di profilo scientifico a fronte di applicazioni pratiche autoapprese o apprese con logiche di mercato; anche l’informatica è una scienza e in ambito universitario deve essere insegnata e appresa in modo scientifico. Su queste basi è auspicabile una collaborazione stretta tra archivisti e informatici sia nel settore della ricerca sia in quello della didattica. Gli archivi, intesi come istituti conservatori, devono essere centri di ricerca.
Non è ammissibile – è stato unanimamente ribadito a Varsavia – che le attività archivistiche vengano svolte da praticanti senza teoria alle spalle; per cui diventa essenziale costituire un albo. Il convegno ha poi evidenziato la necessità di collegamento fra soggetti formatori e mondo del lavoro sia per sperimentare i risultati della ricerca sia per collocare adeguatamente i laureati. In questo contesto va ridefinito anche il nuovo ruolo delle Università, fermo restando che è necessario un approccio formativo e non di mero addestramento. Le Università italiane, almeno quelle più accreditate, sono in tal senso già attrezzate e correttamente impostate. L’Università ha risorse per realizzare e consentire la ricerca inter/multi/transdisciplinare; eroga didattica qualificata e aggiornata con approccio interdisciplinare; forma al lavoro di gruppo entro e fuori la sede di appartenenza; intrattiene  contatti con il mondo produttivo attraverso canali diversi, tutti regolamentati e certificati. Il sistema universitario italiano ha conosciuto una riforma degli ordinamenti didattici risalente al 1999 ed è in attesa di un’ulteriore riforma che rimodellerà l’offerta didattica nei prossimi due o tre anni. In conseguenza della riforma del 1999 le singole sedi, ognuna delle quali dotata di ampia autonomia, hanno progettato, spesso con eccessivo entusiasmo, pur nel rispetto delle indicazioni di massima formulate dal Ministero dell’istruzione, dell’università e delle ricerca (MIUR), una serie di offerte didattiche. Valutata ora, con l’esperienza di questi anni, l’offerta è stata troppo esuberante e poco programmata, si è avvalsa di troppi docenti a contratto, ha privilegiato la formazione volta al mercato piuttosto che la proiezione nel mondo del lavoro dei risultati della ricerca attraverso la disseminazione dei laureati. Le nuove annunciate regole, che impongono corsi di studio costruiti con prevalenti risorse interne, probabilmente porteranno offerte più solide e meno improvvisate e spazzeranno via le proposte meno solide. Prima della riforma del 1999, nelle università l’insegnamento dell’archivistica era abbastanza circoscritto e relegato al ruolo di disciplina ausiliaria della storia, mentre in seguito è divenuto diffuso e centrale all’interno di alcuni percorsi, come evidenzia il censimento organizzato dalla Conferenza dei docenti di archivistica. C’è da rilevare che, in linea con le direttive europee, la formazione universitaria è organizzata per livelli e si basa sull’acquisizione di crediti formativi, che possono essere acquisiti anche tramite stage e tirocini in realtà esterne all’università. La normativa italiana prevede attualmente che le Università possano rilasciare i seguenti titoli:
1.            laurea (L) di primo livello al termine di un corso triennale, durante il quale lo studente deve accumulare complessivamente 180 crediti: “ha l’obiettivo di fornire allo studente un’adeguata padronanza di metodi e contenuti scientifici generali, nonché l’acquisizione di specifiche conoscenze professionali”
2.            laurea specialistica (ora magistrale) (LS/LM) di secondo livello al termine di un corso biennale, durante il quale lo studente deve accumulare altri 120 crediti, che sommati ai precedenti 180 danno per il quinquennio un totale di 300: “ha l’obiettivo di fornire allo studente una formazione di livello avanzato per l’esercizio di attività di elevata qualificazione in ambiti specifici”
3.            diploma di specializzazione (DS) al termine di un corso che ha come “obiettivo di fornire allo studente conoscenze e abilità per funzioni richieste nell’esercizio di particolari attività professionali”
4.            dottorato di ricerca (DR) finalizzato a formare i futuri ricercatori
5.            master di primo e di secondo livello al termine di “corsi di perfezionamento scientifico e di alta formazione permanente e ricorrente”.
La laurea specialistica 5/S, in Archivistica e biblioteconomia, è destinata a formare persone che andranno a svolgere “funzioni di alta responsabilità nella direzione di istituzioni specifiche e di organismi e unità di ricerca e di conservazione del patrimonio archivistico e librario presso enti ed istituzioni pubbliche e private”. Purtroppo alla definizione di differenti profili di “archivisti” effettuata dall’università non corrisponde una definizione di compiti professionali specifici nel mondo del lavoro: di questo dovrà discutere in modo specifico l’ANAI, se intende prendere posizione circa il problema dei livelli discusso in sede europea, senza peraltro un esito concorde.
Al convegno di Varsavia si è molto insistito sull’importanza della preparazione teorica e sull’acquisizione di metodologie e si è rilevato che servono abilità linguistiche (inglese come lingua veicolare, lingua del paese in cui si lavora, lingue storiche dell’area geografica in cui si lavora). Si è concordato sulla necessità della valutazione dei lavori archivistici e della validazione dei prodotti. Su questa materia l’ANAI sta lavorando molto intensamente e ha prodotto progetti e materiali sulla certificazione, presentati tra l’altro alla Conferenza di Varsavia. Serve analizzare le esigenze del mercato e fornire risposte elastiche, attraverso la realizzazione di Master; di conseguenza bisognerebbe arrivare a definire vari livelli funzionali all’interno della professione e formare professionisti a livelli differenziati. Bisogna incrementare gli scambi internazionali, che già sono possibili tra amministrazioni archivistiche statali e in ambito universitario sia per studenti sia per docenti. Si è discusso molto del ruolo delle associazioni di categoria, che dovrebbero monitorare il mondo del lavoro e segnalare ai soggetti formatori le esigenze suggerendo anche percorsi formativi: ad esempio, nel Regno Unito, le associazioni validano i corsi di laurea delle Università e determinano i programmi di insegnamento. In altri paesi  le associazioni effettuano una revisione periodica delle competenze, certificano gli archivisti e curano l’albo professionale.
Il momento di fluidità istituzionale, i cambiamenti epocali che stiamo vivendo, l’esigenza di riforme (dell’amministrazione archivistica, dei percorsi formativi universitari, della stessa ANAI) potrebbero costituire uno stimolo importante per pensare senza pregiudizi alla figura dell’archivista nella società contemporanea, per capire quali conoscenze, competenze e abilità gli servono e per progettare, di conseguenza, un sistema formativo articolato, ma armonico, gestito da soggetti diversi con spirito convergente e collaborativo, e soprattutto finalizzato alla preparazione di professionisti seri, capaci e responsabili. In queste figure professionali conoscenze dottrinali, capacità operative e gestionali, coscienza civile e deontologica dovranno trovare il giusto equilibrio per consentire attività rispondenti alle esigenze differenziate espresse dalla società.

Fondazione Ansaldo