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Dai fatti alle promesse: iniziative dell’ANAI e programmi su beni culturali
Nei mesi scorsi ha destato vivo sconcerto fra gli archivisti e gli storici contemporanei la scoperta che, con una “leggina” estiva (art. 14 duodecies del d. l. n. 115/2005 sulla P.A.) era inopinatamente passata la creazione, accanto a quelli dei veri e propri organi costituzionali, di un archivio storico separato per la Presidenza del Consiglio dei ministri, improvvisato per impropri motivi di prestigio, se non per più concreti motivi di interessi interni. La cosa è apparsa grave non solo per il modo da “colpo di mano”, ma ancor più per lo “strappo” istituzionale inferto al sistema archivistico nazionale: la Presidenza del consiglio infatti non è un organo costituzionale distinto dal Governo nel suo insieme, che ha già il suo archivio storico nell’Archivio centrale dello Stato, al quale versa per legge i propri atti, e che verrebbe evidentemente in buona misura svuotato del suo ruolo. Le modalità di selezione e accesso agli atti saranno determinate con decreto presidenziale, con una discrezionalità in deroga al Codice dei beni culturali che si presta a una possibile (e molto probabile, dati i precedenti) gestione “politica” non oggettiva e trasparente dell’archivio.
Alle forti obiezioni, subito avanzate da autorevoli interventi (Galli della Loggia, che ha parlato di “feudalesimo” in proposito sul “Corriere della Sera” del 5 agosto e Claudio Pavone su “La Repubblica” del 26 agosto), nonché da diversi altri articoli di stampa e agli appelli dell’ANAI, di numerosi storici contemporanei (F. Perfetti e altri) e della Società Italiana per lo Studio della Storia Contemporanea (SISSCO) al Ministro per i beni culturali, non si è avuta alcuna risposta positiva.
Così il 21 ottobre scorso, presso la Camera di Commercio di Roma l’ANAI ha organizzato, insieme con la SISSCO un incontro-conferenza dal titolo “Inizio o fine degli archivi?” sulla creazione dell’archivio storico separato della Presidenza del consiglio e il degrado degli altri archivi, al quale sono intervenuti Tommaso Detti, presidente SISSCO, Paola Carucci, il sen. Luigi Compagna, Linda Giuva (per la Conferenza dei docenti di archivistica), Elio Lodolini, Claudio Pavone e Isabella Zanni Rosiello. E’ stata fatta notare in particolare dal prof. Detti la gravità dell’emarginazione dal suo ruolo dell’Archivio centrale, che è istituto con tradizione scientifica e professionale di alto livello generalmente apprezzata dagli studiosi anche stranieri, con efficienti servizi di consultazione, informazione e consulenza: tutti vantaggi che la frammentazione dei fondi fra archivi diversi, di non pari livello scientifico e gestionale e sottoposti a regimi diversi, evidentemente trasformerebbe in seri disagi per i ricercatori. Si è anche insistito da parte di altri relatori sulla gravità della mancanza di garanzie di omogeneità di accesso con il sistema previsto dalla legge e di trasparenza gestionale nella futura gestione del nuovo archivio, ed è stato in più modi sottolineato che tutto ciò inciderebbe negativamente non solo sull’esercizio dei diritti di accesso dei cittadini e degli studiosi, ma anche sull’immagine di moderno Paese civile e democratico dell’Italia. Il sen. Compagna, proponente di un emendamento soppressivo della norma, ha anche invitato a studiare insieme un disegno di legge di riforma organica degli archivi centrali dello Stato, che si è dichiarato disponibile a sostenere. Ma sembra che le più alte istituzioni, mentre privilegiano con non trascurabile impegno economico i propri archivi separati, non vogliano saperne di far funzionare meglio gli altri dello Stato. Questo “privilegio” interviene infatti ad accentuare per contrasto, in un modo che a tutti è apparso odioso, un quadro generale di grave abbandono e degrado degli archivi di Stato, costituito da una serie di tagli cumulativi di bilancio che li sta ha portati nel 2006 al disotto della soglia minima di sopravvivenza, dalla mancanza perdurante da decenni del ricambio del personale tecnico, dalla riduzione degli organici dirigenziali a favore della burocrazia centrale del Ministero, dalla mancanza dell’apprestamento di efficaci strumenti normativi e organizzativi di intervento per la conservazione della documentazione informatica delle amministrazioni pubbliche e in ultimo dalla derubricazione a ufficio dirigenziale non generale dello stesso Archivio Centrale da parte del recente regolamento del Ministero, che può considerarsi la premessa logica del provvedimento in questione. Abbiamo chiesto alla Presidenza stessa del consiglio e soprattutto alle forze politiche presenti in Parlamento di rivedere il provvedimento e di sopprimere la disposizione in parola ripensando anche l’intero tema della formazione degli archivi delle pubbliche istituzioni e amministrazioni in un modo unitario ed organico che assicuri l’applicazione generale omogenea delle regole fissate dal Codice dei beni culturali, eliminando ogni discrezionalità o quanto meno prevenendone la moltiplicazione, e abbiamo chiesto di restituire, con adeguate risorse, all’Archivio centrale e in generale a tutto il settore archivistico, quel ruolo generale al servizio della trasparenza della memoria dell’amministrazione e dei diritti della ricerca che dovrebbe svolgere. Dopo un tentativo di sopprimere la norma in questione in Parlamento con emendamenti alla finanziaria 2006 da noi sollecitati da parte di diversi senatori di diversi gruppi sensibili al problema (Compagna, D’Andrea, Monticone, Franco ed altri), fermamente respinti dal governo, sulla vicenda si è finora richiuso il silenzio. Durante la successiva discussione della legge finanziaria 2006, ci siamo adoperati come associazione per denunciare i gravissimi tagli al funzionamento del ministero per i beni culturali e organizzare con altre forze una manifestazione per i beni culturali analoga a quella tenuta in novembre al teatro Argentina per la cultura e lo spettacolo in generale, ma la cosa non è riuscita. Altrettanto non ha avuto esito positivo la reiterata presentazione di emendamenti alla finanziaria 2006 da noi ottenuta per un primo finanziamento della “distinta disciplina” del “personale tecnico-scientifico e di ricerca” prevista dalla legge Bassanini e poi dalla l. 229 del 2003 (art.14) espressamente anche per gli archivisti, analogo a quello introdotto nella finanziaria per la c.d. “vicedirigenza”, che consentisse di sbloccarne l’effettiva istituzione anche giuridica nel contratto 2006-2009. Anzi bisogna riconoscere al sottosegretario alla Funzione Pubblica sen. Saporito di aver considerato il problema e di averci con franchezza inusitata telefonato personalmente per dichiarare che all’interno del governo (leggi ministero dell’Economia) aveva riscontrato un’insormontabile opposizione a una norma del genere. Verso la chiusura della legislatura si è cominciato a conoscere la parte dedicata ai beni culturali nella bozza del programma elettorale dell’Unione, nella quale si promette un cambiamento significativo in materia. Al fine di segnalare le possibili soluzioni dei più gravi problemi dei beni culturali e degli archivi avevamo fatto pervenire alla commissione incaricata della stesura di questa parte, presieduta dalla sen. Franco; un documento di proposte (pubblicato a novembre sul sito ANAI), analogo nella parte generale ad altri documenti presentati da altre associazioni (Assotecnici, Bianchi Bandinelli, AIB) in merito, nei quali si chiedeva soprattutto una radicale riforma del ministero ormai irrimediabilmente burocratizzato e inefficiente, con la trasformazione dell’apparato preposto alla tutela (direzioni generali di settore e istituti centrali e periferici) in amministrazione statale autonoma con ordinamento a carattere esplicitamente tecnico, come aveva proposto nel 1965 la nota commissione di studio Franceschini. Tali proposte non sono state recepite e non sappiamo nemmeno se sono state prese in considerazione, perché la commissione non ha voluto concederci un’audizione. L’impressione è che le istanze tecnico-organizzative del settore, tendenti a separare in modo netto il livello politico da quello tecnico-esecutivo, avrebbero ‘disturbato’ l’intento di controllo e spartizione politico-istituzionale del settore che traspare da certe parti rivelatrici del documento. Assisteremo mai al miracolo di politici che vogliano davvero “mollare il mazzo” dell’ingerenza diretta nella struttura amministrativa e nella destinazione delle sue risorse (oggi anche la marca dei centralini degli istituti è decisa dal vertice politico)? Ricorderemo qui brevemente i punti del programma e le nostre osservazioni (pubblicate anche su www.patrimoniosos.it/interventi e recensioni/07.02.2006). Il programma, su 274, dedica solo 7 pagine del capitolo “La ricchezza della cultura”- forse un po’ poco - ai problemi generali della cultura e ai beni culturali. Già dal titolo sembra rivelarsi un debole che, anche nel centrosinistra, come rileva Settis, si ha per la visione economicistica del patrimonio culturale, secondo la quale l’impegno pubblico nei beni culturali deve giustificarsi coll’argomento che producono ricchezza, visione che tende inevitabilmente ad emarginare quei settori, come gli archivi, che, di gran lunga meno degli altri si prestano a “stimolare” attività economiche. Noi invece crediamo che, come hanno più volte ribadito la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica Ciampi, il patrimonio storico-artistico ha, nella Carta fondamentale, una destinazione culturale pubblica che “deve prevalere sulla considerazione della sua eventuale valenza economica”, e crediamo che un corretto programma sui beni culturali dovrebbe fare di questi moniti la sua prima premessa. Primo corollario ne dovrebbe essere che anche l’organizzazione preposta a tale funzione dovrebbe impostarsi sul fondamento culturale, e cioè sulla natura tecnico-scientifica dei suoi compiti. E’ da dire però che il documento, se pur, dopo questo generico tributo ideologico, non privilegia poi più di tanto la visione economicistica, non abbraccia nemmeno l’altra, che chiameremo “costituzionale”, lasciando del tutto vaga la propria impostazione. Anche lungo l’altro asse di coordinate i cui estremi sono lo statalismo da un parte e la ‘devoluzione’ a regioni e enti locali dall’altra, al di là di generiche invocazioni di “leali” collaborazioni, manca una scelta di fondo sul punto di equilibrio da realizzare, nonché ogni indicazione di concrete modalità attuative. Il documento contiene implicitamente opposte concezioni, come se fossero indifferentemente compatibili, senza pronunciarsi sul loro rapporto gerarchico e proporne una sintesi concreta, giustapponendo con eccessiva genericità e ambiguità punti in cui prevale l’una a punti in cui prevale contraddittoriamente l’altra. Molti punti esposti nel programma sono peraltro pienamente condivisibili e corrispondono alle aspettative maturate dal mondo della cultura nel recente periodo di grave crisi di risorse e di emarginazione politica del settore, a partire dalla corretta elencazione della pioggia di provvedimenti negativi o incongrui e di disfunzioni degli ultimi anni e dal fondamentale impegno di portare l’impegno finanziario pubblico dallo 0,5 all’1% del PIL per potenziare strutture e interventi sui beni culturali, cioè nella media dei paesi europei, che pur non hanno certo patrimoni pari al nostro (da notare che l’incremento corrisponderebbe a ben 6,5 miliardi di euro!). Per un certo e coerente reperimento di risorse sarebbe intanto certamente stato necessario proporre di sopprimere la società Arcus – carrozzone politico creato per gestire grossi interventi paralleli al di fuori della progettazione e del controllo delle strutture tecniche - come richiesto dalle associazioni, e deferire le sue risorse all’apparato di tutela. Per quanto riguarda il Ministero, il documento propone da una parte di potenziare gli istituti centrali e le soprintendenze, conferendo ad esse forme di autonomia organizzativa e contabile, e di rafforzare poteri e autorevolezza dei soprintendenti e del personale scientifico (pp.264-265), tutti obiettivi certamente fondamentali. D’altra parte riconosce che le recenti riforme hanno reso “elefantiaco (tre dipartimenti-carrozzone e ben 41 direttori generali), burocratizzato e inefficace”, il ministero che dovrebbe semplicemente diventare “più agile” (p.265). Ma il ministero è ormai semiparalizzato non solo da una cattiva organizzazione aggravata dalla riforma del 2004 (a cui c’è da aggiungere la politicizzazione della dirigenza mediante lo spoil-system), ma soprattutto dalle “tipiche” irrazionali e rigide procedure di bilancio prescritte per i ministeri, che rallentano i tempi, causano i famosi “residui” e impediscono ogni flessibilità gestionale. Si deve quindi prendere atto del fallimento del ‘ministero’ come forma stessa di organizzazione centralizzata della tutela. Ma il programma, che accenna a un “ministero agile” (ossimoro quanto mai irrealistico), non si pone affatto il problema di come farlo diventare tale, cioè non propone esplicitamente e tanto meno delinea una sua effettiva profonda e radicale riforma. Pure la generica promessa dell’autonomia scientifica e gestionale per gli istituti non fa i conti con il semplice fatto che essa era già prevista dall’art. 9 del d. l.vo 368/98 di Veltroni (perfino per le soprintendenze archivistiche), ma non è stata mai conferita in otto anni. Perché? La nostra tesi è semplicemente che l’autonomia deve essere generale ed attuata con modi e tempi immediati e certi (non soltanto prevista come mera possibilità futura) e deve cominciare dal vertice, dato che la presenza stessa di un vertice politicizzato e burocratizzato, dal gabinetto del ministro fino alle direzioni regionali, come quello attuale, che, come dimostra l’esperienza, ha una radicata forza d’inerzia e resistenza che non sarà scalfita da ennesime modifiche parziali, la impedirà pur se è prevista, come è avvenuto in questi anni. Rimane pertanto ancora ben poco credibile questa vaga e contraddittoria promessa di riforma del settore. Anche le attuali “direzioni regionali” sono in gran parte divenute organismi burocratici, a molti dei quali sono preposti dirigenti non tecnici o comunque di chiaro stampo politico-clientelare, che hanno accentrato a livello regionale e appesantito le attività sul territorio (per es. tendono a gestire direttamente tutti gli interventi tecnici e gli appalti), e pertanto abbiamo, secondo una linea emersa in precedenti nostre assemblee, proposto di abolirle e di affidare il coordinamento degli istituti statali presenti in regione - limitatamente ai necessari rapporti con l’ente regione e altri enti e istituzioni in materie di interventi intersettoriali con loro finanziamenti -, a comitati tecnici regionali rappresentativi degli istituti. Abbiamo anche proposto che il personale scientifico dell’attuale ministero, da integrare, dopo lustri di mancato rinnovo, con urgenza mediante un adeguato piano pluriennale di assunzioni, potrebbe costituire un “corpo” nazionale dei conservatori del patrimonio altamente specializzato, analogo a quello francese, con funzioni di garanzia della competenza e omogeneità della tutela non solo nell’amministrazione statale, ma anche presso le altre istituzioni pubbliche preposte. Per quanto riguarda le “funzioni di tutela”, finora svolta esclusivamente dallo Stato, il documento afferma semplicemente che devono essere “estese” a livello di “governi territoriali”, espressione generica ed equivoca, riferibile a tutti gli enti locali senza distinzione. Non si evince se l’“estensione” è una duplicazione delle competenze dello Stato che verrebbero conferite anche ad altri soggetti, è una ridistribuzione di alcune competenze e non di altre o si riduce infine a un mero trasferimento più o meno integrale di tutte le competenze. Se, in particolare, l’ipotesi fosse il trasferimento della tutela diretta dei beni dallo Stato alle regioni - già più volte proposto da diverse parti (contraddittorio con l’intento sopra riportato di “potenziare” l’organizzazione statale di tutela), resterebbe del tutto irrisolto l’arduo problema di assicurare un’effettiva omogeneità di esercizio della tutela su tutto il territorio nazionale, in presenza di numerose regioni, soprattutto del Centro-Sud, che non sono in grado di accollarsi efficacemente un simile compito, nonché quello di assicurare il coordinamento centrale di alcune attività nazionali (p. es. reti informative) o interregionali (trasferimenti di beni). Il documento non chiarisce nulla in merito. Ma, senza una precisa scelta in questo senso, è impensabile un sistema in cui tutti potrebbero indifferentemente sovrapporsi a tutelare tutto, foriero di immaginabili conflitti e disfunzioni. Su questo punto il documento risente della non innocente generale confusione del linguaggio politico sulla nozione stessa di “tutela” e sui suoi rapporti con la “gestione” e la “valorizzazione”. La confusione consiste nel considerare la tutela un’attività soprattutto burocratica (vista come mera imposizione di vincoli e divieti) - e non un’attività tecnica che richiede competenze scientifiche specialistiche – e nel ritenere di conseguenza che qualunque tipo di organizzazione sia in grado di svolgerla, dimenticando che ogni attività di gestione o valorizzazione materiale di un bene culturale deve avvenire sotto una indipendente e competente responsabilità di tutela. A questo punto si può spensieratamente giocare ad attribuire indifferentemente la tutela a questo o quell’altro organismo come al gioco dei Monopoli. Ma quali dovrebbero poi essere i rapporti e i rispettivi ruoli fra i diversi soggetti a cui sarebbe “estesa” la funzione di tutela? Se la proposta fosse seria, occorrerebbe, secondo i più elementari dettami dell’organizzazione pubblica, prevederli esplicitamente e prevedere meccanismi per risolvere possibili conflitti, cosa che il documento si guarda bene dal fare. Per quanto riguarda infine il settore archivistico, il documento si limita alla proposta di un’“azione di rilancio e promozione delle biblioteche pubbliche e private e degli archivi storici, con agevolazioni fiscali e investimenti in formazione e innovazione tecnologica”. Un “rilancio” non si nega a nessuno, e poi, come è noto, archivi (non sono forse ‘storici’ per definizione tutti gli archivi?) e biblioteche sono la stessa cosa e i loro problemi si risolvono tutti con una formula semplicissima, anzitutto di agevolazione fiscale (di chi?). Una ‘semplificazione’ così rozza e distorta da parte di un consesso politico che si dichiara competente per i problemi dei beni culturali costituisce un oggettivo e grave segnale di volontà di sostanziale emarginazione di questi settori. Non vorremmo qui rielencare per l’ennesima volta i gravi problemi degli archivi segnalati e così ignorati: una parte rilevante di questi – quelli degli istituti statali (mancanza totale di risorse, di sedi e di rinnovo del personale scientifico) - è infatti in gran parte comune ad altri settori del ministero per i beni culturali, del quale si è già detto. Meraviglia solo che forze politiche che in Parlamento si sono opposte allo strappo della creazione dell’archivio storico separato per la Presidenza del consiglio non abbiano – come avevamo chiesto - esplicitamente previsto nel loro programma di intervenire in merito. Ma la commissione ignora anche che – come da noi segnalato - per il Codice sono beni culturali da tutelare a tutti gli effetti anche gli archivi di deposito e correnti delle pubbliche amministrazioni, pure quelli creati o trasferiti su supporto informatico, per la futura conservazione a lungo termine dei quali ancora si è ben lontani dall’adottare su scala generale una valida soluzione tecnica e organizzativa. Di fronte all’emergenza di dimensioni incalcolabili del rischio assolutamente certo di perdere la futura memoria del nostro presente a causa della rapida obsolescenza tecnica dei media, occorre – come da noi richiesto - assumere un chiaro e forte impegno, che nel programma manca del tutto. Se è questo un programma che potrebbe essere realizzato, è davvero sconsolante immaginare che i problemi degli archivi sarebbero del tutto ignorati per un’altra legislatura. Da pochi giorni si è conosciuto d’altra parte il programma della Casa delle Libertà, nel quale ovviamente, per la sua brevità (23 pagine) non si può nemmeno pensare che possano essere nominati gli archivi. Il programma menziona peraltro i beni culturali dicendo che (punto 7, p.10) “Continueremo ...l’azione di valorizzazione dei beni culturali quale fondamento della nostra identità e volano di sviluppo economico”. Se colleghiamo questo naturale impegno a continuare l’azione già intrapresa, ben nota e già commentata su queste pagine, a quell’altro (punto 10, ibidem) “Ridurremo il costo dello Stato”, dato che in questo caso a chiarire i dubbi parlano le cose già fatte o non fatte, almeno sappiamo con più ragionevole certezza cosa ci sarà da aspettarsi dalla realizzazione di un simile programma in termini, se non altro, di ulteriori tagli di bilancio. Intanto presso la Direzione generale per gli archivi è stata costituita una commissione di studio per dare un parere e formulare eventuali controproposte relativamente a una proposta di riforma dell’amministrazione archivistica che include la soppressione delle soprintendenze, l’assegnazione delle loro funzioni agli archivi di Stato, nonché l’accorpamento di questi in “distretti” (dirigenziali) interprovinciali anche interregionali, personalmente sottoposta da un direttore d’archivio al sottosegretario Bono. Di questa commissione è stato dal direttore generale Fallace chiamato a far parte anche un rappresentante dell’ANAI. Dato il taglio più particolarmente aderente al quadro legislativo attuale e all’ipotesi di ristrutturazione amministrativa degli istituti periferici, la posizione in merito dell’ANAI, che si è peraltro riservata di formulare autonomamente ulteriori più generali proposte a livello di riforma legislativa del ministero e del settore archivistico (più sopra accennate), è quella deliberata in precedenti assemblee in cui si è discusso il tema ed espressa già in una lettera al Sottosegretario, contraria alla soppressione delle soprintendenze archivistiche – che invece devono essere potenziate - e all’accorpamento di sedi d’archivio inteso come smantellamento e dismissione della rete di conservazione e fruizione sul territorio. In tal senso è peraltro l’unanime orientamento emerso nella commissione, che ha sottolineato come non si deve dare per scontato il presupposto che la rete degli istituti debba necessariamente essere smantellata e ridotta per le note contingenti gravi difficoltà di risorse. Sulle proposte alternative in corso di discussione riferiremo non appena saranno definite. Per parte nostra chiediamo anche una riorganizzazione più articolata e razionale, soprattutto per quanto riguarda le funzioni relative alla documentazione informatica assegnate al Ministero dal codice dell’amministrazione digitale, degli organi centrali del settore (Dipartimento, Direzione, Istituti centrali) con una più corretta distinzione dei rispettivi ruoli di coordinamento generale, gestione amministrativo-contabile e indirizzo tecnico, attualmente in parte confusi o incerti. |
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