|
Spazio libri
Sezioni
Attualità Primo piano Normativa Politica e professione Tutela e valorizzazione Acquisti Formazione e aggiornamento Progetti europei Progetti internazionali Digitale e dintorni Edilizia Notizie da Estero Consiglio internazionale degli archivi Spazio libri Interviste Viaggi archivistici e non Scambio di ospitalità Calendario Archiexpò
Numeri precedenti
n. 2/2011 n. 1/2011 n. 3/2010 nn. 1-2/2010 n. 3/2009 nn. 1-2/2009 n. 3/2008 nn. 1-2/2008 n. 1/2007 nn. 2-3/2007 nn. 2-3/2006 n. 1/2006
Web Agency
|
Raffaele La Capria, “Confidenziale. Lettera dagli amici”, Padova, il notes magico, pp. 146
Maria Procino |
in n. 3/2011 |
 “Capita spesso di guardarsi allo specchio, e per istinto o per tenersi su, di vedersi un po’ meglio di come si è. Che male c’è? Serve a non deprimersi troppo, visto l’andazzo dei tempi” (7). Così si apre l’introduzione scritta da Raffaele La Capria al suo ultimo volume Confidenziale che, attraverso la raccolta di lettere di amici ma anche di suoi lettori, rappresenta un originale spaccato della vita intellettuale del ’900. Sono raccolte le voci di personalità del mondo della cultura, da Montale a Parise, da Fofi a Piergiorgio Bellocchio, con alcune risposte dello scrittore partenopeo. Classe 1922 Raffaele-Duddù, La Capria è uno dei più grandi narratori italiani, uno degli artisti ‘partoriti’ dalla città di Napoli insieme ad Anna Maria Ortese, Francesco Rosi, Giuseppe Patroni Griffi, Luigi Compagnone, Maurizio Barendson.
Erano gli anni di "Sud", la rivista ideata da Pasquale Prunas, che raccoglieva alcuni di loro e altri giovani intellettuali, come Luciano Emmer, Carlo Muscetta, Vasco Pratolini, Rocco Scotellaro, entusiasti e pieni di idee all’indomani della guerra che li vedeva uniti nell’antifascismo e nella ricerca di un nuovo linguaggio in letteratura come nel cinema o in teatro.
“Queste lettere che amici e confidenti mi hanno scritto, sono per me lo specchio in cui mi guardo” (7). Che male c’è dunque a ‘specchiarsi’ attraverso queste lettere nel mondo di Raffaele La Capria?
Sono le lettere di coloro che “se ne sono andati alla chetichella”, lettere raccolte e pubblicate in una edizione “appartata e discreta” e che ci apre la porta della documentazione personale conservata nella scrivania e nello studio o un po’ dovunque in casa.
Ad una ad una si leggono con grande interesse e riescono a restituire anime e momenti di esistenze che coniugano arte e quotidianità.
La prima è un messaggio di un signore di Palmi gli fa un dono prezioso: la lettera di Alberto Moravia a Bompiani: era il 1951 e gli annunciava la scoperta di un nuovo scrittore che “possiede completamente l’arte di farsi leggere”. (10)
Così via via si naviga in questo mare di memorie, tuffandosi in ricordi che non sembrano tanto lontani. Ecco una lettera di Goffredo Parisi: “La gioventù è definitivamente andata, lo vedo nei volti delle persone care, e anche nel mio naturalmente; sento che non è più possibile far ruggire i leoni, ognuno sta nel suo guscio e lentissimamente si prepara” (18). E ancora: Erri De Luca, Guido Ceronetti, Pupi Avati, Giosetta Fioroni; amici come Antonio Ghirelli, la grande Ortese e il suo straordinario mondo doloroso e poetico “è un riposo poter scrivere a te, dopo aver riletto il tuo biglietto così familiare, con un suono antico. Una delle cose che ho sempre ammirato in te – e di te – è la perfezione formale, anche del vivere. Per non so quale ragione, tu non sembri trovarti mai in contrasto – contro – nessuna cosa o forma del vivere” (p. 31). Alfonso Belardinelli gli scrive: “Gli amici morti ti sono vicini, più amici che morti, così eternamente vivi nelle loro ultime frasi sublimi perché futili. La verità è futile e quello che conta sono i dettagli” (136).
In quelle lettere ci sono la vita a Capri, Napoli e il Premio Malaparte inventato da Graziella Buontempo Lonardi. C’è l’analisi puntuale di Francesca Sanvitale: “Questo ‘tempo’ italiano è davvero mostruoso” (66), e ritroviamo i corsi su Hegel svolti all’Istituto di Studi Filosofici di Napoli da Norberto Bobbio: “Ho trovato illuminante e convincente la distinzione tra ‘napoletanità’ e ‘napolitaneria’ che rappresentano «i due volti della città»” (75).
E poi ci sono i giovani Umberto Silva, Sandro Veronesi.
Nelle risposte di Duddù si delinea una vita impregnata di odori marini, viene disegnato il palcoscenico della sua giovinezza: Palazzo Donn’Anna “una buona metafora della mia immagine mentale di Napoli” (93). I La Capria vi andarono ad abitare nel 1932. Da quelle insenature i fratelli e i loro amici tra cui lo stesso regista Francesco Rosi, andavano a tuffarsi nel mare: “A volte passavano gli amici con la barca sotto la terrazza, e mi chiamavano perché mi unissi a loro, e io senza farmi pregare con un bel tuffo a volo d’angelo volavo dalla terrazza e li raggiungevo” (95).
Certo dopo aver letto questo libro è tanta la voglia di allontanarsi dallo specchio, ma solo per aprire la porta dello studio dell’autore di Ferito a morte e, in punta di piedi, penetrare tra le sue carte, ascoltando in sottofondo quella sua nenia antica che ripeteva a Lina Wertmuller: “Piàno, piàno / cosa da niènte / tutto s’accomoda/pa-ca-ta-mènte” (p. 49), rispettando così la ragione per la quale ha voluto raccogliere queste missive: “per il desiderio di farle rivivere quando non sarò vivo io”.
|
|