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Eppur bisogna andar ... . Il faticoso cammino degli Italiani
Si è svolta, nella “XIII Settimana della cultura” la mostra documentaria allestita dall’Archivio di Stato di Reggio Emilia, che ha inteso ricordare i 150 anni dell’Unità d’Italia, e mettere in risalto le voci di coloro che meno trovarono rappresentanza nel nuovo stato unitario, nonché evidenziare come, nonostante cadute e involuzioni, pure la partecipazione dei cittadini alla vita politica abbia condotto alla Repubblica italiana.
Bismark e Garibaldi: contraddizione in termini, antinomia, accostamento che, per la sua totale improbabilità, può suscitare al più un’alzata di spalle. I due simboli del Risorgimento italiano e del II Reich tedesco sembrano indicare, già con i loro soli nomi, due distinti caratteri, due diversi destini per i due stati che, quasi simultaneamente alla metà del sec. XIX, si formarono unificando compagini politiche di un territorio, che da sempre era stato percepito come “tedesco” o “italiano”. Il nostro Risorgimento viene da lontano: se ne studiano a scuola le prime avvisaglie nei moti del 1821, poi in quelli del 1831; l’idea comincia ad acquistare una sua solidità nella partecipazione al sommovimento europeo del 1848; acquisisce addirittura i crismi dell’ufficialità con le due guerre di indipendenza, mosse agli Austriaci da un re. L’idea si delinea con sempre maggiore precisione nella mente di un politico lucido come Cavour, incoraggiato, o forse spinto innanzi, dagli avvenimenti del 1859, e ancor più dall’”imboscata” dell’impresa dei Mille l’anno successivo.
Tutti questi fatti sono ben noti, così come è risaputo che i moti della prima metà dell’Ottocento erano animati da individui che sceglievano di aderire alla Carboneria, o ai Sublimi maestri perfetti e, in seguito, alla Giovine Italia. Nel 1848 furono i cittadini a mettere in fuga i loro principi e a partecipare numerosi alla prima guerra di indipendenza; parecchi soldati di eserciti regolari scelsero di disubbidire all’ordine di rientro impartito dai loro sovrani. Non mette neppure conto di parlare del ruolo di Garibaldi e dei suoi volontari dal 1848 al 1867, tanto è divenuto persino leggendario.
Movimento anche democratico, dunque, il Risorgimento italiano, nel senso che si giovò della partecipazione appassionata e non trascurabile di quella parte di popolazione residente soprattutto nelle città, in genere istruita, giovane e dotata di una coscienza politica almeno embrionale.
E’ proprio in forza di questa partecipazione che l’unità italiana viene da sempre considerata diversa da quella tedesca, e del resto i plebisciti che portarono al Regno d’Italia si svolsero a suffragio universale.
E’ stata sicuramente una grande impresa, quella dell’unificazione italiana; a guardarla con gli occhi critici dell’oggi, ci si sentirebbe persino ridicoli a pensare al Granducato di Toscana in competizione con il colosso cinese, o al ducato di Modena alle prese con l’economia indiana. Tutto bene, allora, nel Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II?
L’esordio avrebbe potuto essere più promettente: nome e titolo del re non erano proprio fatti per riscaldare gli animi. Vittorio Emanuele continuò a chiamarsi II, proseguendo la serie dei Savoia re di Sardegna, senza dare il dovuto risalto al nuovo stato che ora rappresentava; egli, inoltre, era sovrano del Regno d’Italia “per grazia di dio e volontà della nazione”: Luigi Filippo di Orléans già nel 1830 si era proclamato “re dei Francesi”. C’è già tutta una sorta di programma politico nel nome del sovrano.
Non si vuole qui esaminare se l’Unità d’Italia, per altro molto fragile nel 1861, sia avvenuta a scapito della creazione di uno stato federale in luogo di quello centralizzato che prevalse; si può solo rammentare che le forze legittimiste esercitavano ancora tutte le pressioni che potevano, per mandare in pezzi il nuovo stato, e avevano un discreto seguito presso certi strati della popolazione. Non si vuole nemmeno insistere sulla creazione delle strutture della nuova compagine, avvenuta per estensione del modello subalpino all’intera Italia; si vuole, tuttavia, ricordare che, in un breve volgere di anni, dovevano essere uniformati i sistemi metrici e monetari, i codici civili e penali, gli Stati civili (dove pure erano in funzione), i sistemi scolastici, insomma l’intera amministrazione dello Stato, e grandi esempi di efficienza dagli altri stati preunitari non ne venivano.
Ciò che si vuole mettere in risalto è la formazione di uno iato, di una frattura. La partecipazione popolare (nel senso più o meno ampio che si vuole dare al termine), sicuramente contribuì al processo unitario, ma altrettanto sicuramente non trovò adeguata rappresentanza nei centri politici decisionali, in Parlamento, nei partiti; larghi strati della popolazione restarono ai margini dei recinti in cui si compivano le scelte decisive, impossibilitati a far sentire la propria voce, se non in modo episodico e violento.
Solo i plebisciti del 1860 si svolsero a suffragio universale maschile; per le elezioni legislative seguenti ebbe vigore la legge del Regno di Sardegna (sostanzialmente quella del 1848), che riconosceva diritto di voto ai maggiorenni (25 anni) alfabetizzati, che pagassero un annuo censo di almeno 40 lire: il 2% della popolazione. Nonostante la riforma di Cairoli del 1882, soltanto nel 1912 il governo Giolitti introdusse il suffragio universale maschile, seppure articolato per età e requisiti.
Su queste basi, è chiaro che la rappresentatività del Parlamento non poteva essere che parziale, e limitata al solo ceto più elevato, escludendo gli strati più poveri della popolazione.
I primi governi si prefissero l’obiettivo del pareggio del bilancio statale, eppure è un fatto che la legge per la formazione di un catasto unico e uniforme per tutto il Regno fu emanata solo nel 1886, dopo aver vinto le resistenze fortissime dei proprietari terrieri che, usufruendo ancora della vigenza dei catasti preunitari, in alcune parti d’Italia erano tenuamente colpiti dall’imposta diretta. Ma già nel 1868 il governo Menabrea istituì la tassa sul macinato, entrata in vigore il 1° gennaio 1869 e abolita del tutto solo dal governo Depretis nel 1884. A giusto titolo viene definita famigerata questa tassa, che colpiva gli strati più miserabili della popolazione, e proprio nel mezzo di sostentamento basilare della loro già scarsa alimentazione: i cereali. Gli effetti di questa politica sono descritti, con esattezza storica e pregnanza letteraria, da Bacchelli nel suo Mulino del Po: il dilagare della pellagra. In numerose parti d’Italia scoppiarono tumulti contro questa tassa, percepita come una deliberata angheria, ma le rivolte furono sanguinosamente represse, e la tassa entrò in vigore.
Stato d’assedio, tribunali militari e cannonate contro i dimostranti repressero le manifestazioni dei Fasci siciliani, degli operai della Lunigiana, dei Milanesi nel 1898. Alla base delle proteste c’erano crisi ormai internazionali: quella dello zolfo italiano, soppiantato dalla concorrenza di quello americano, o l’aumento del prezzo del pane, causato dalla guerra ispano-americana; in ogni caso, tutto finiva per riassumersi in poche parole: miseria e fame. L’unico provvedimento che prese S. M. Umberto I fu il conferimento di un’onorificenza militare a chi aveva provocato, a Milano, un centinaio di morti tra i manifestanti.
Quando si ricordano questi fatti, tornano alla mente anche i nomi di Passannante e di Bresci, che pensavano di dare voce politica a chi non ne aveva, e di compiere con i loro attentati, uno fallito e uno andato a segno, la vendetta contro un potere che percepivano nemico, colpendo la sua stessa personificazione: il re.
Ma gran fortuna non arrise a figure molto meno estremistiche, e addirittura leggendarie. Mazzini morì nel 1872 a Pisa, dove viveva sotto falso nome per sfuggire all’arresto da parte della polizia italiana: “non ci si deve mai fidare di un repubblicano!”.
Fu l’esercito italiano a sparare contro Garibaldi in Aspromonte, e i garibaldini, gli eroi dell’impresa dei Mille, due anni dopo erano divenuti una pericolosa banda armata, tanto che il loro capo finì anche in prigione.
Molto meglio andarono le cose per gli Ebrei italiani. Residenti soprattutto nelle città, di condizione spesso agiata e addirittura benestante, alfabetizzati ben più degli Italiani, gli Israeliti accolsero con generale favore la nascita del nuovo Stato, speranzosi di potervi finalmente occupare quel posto che, per l’elevata condizione borghese, loro competeva. La comunità israelitica reggiana, nel 1859, finanziò la Commissione per le offerte nazionali, il cui fine era di sostenere le famiglie povere dei volontari e dei militari sardi che partecipavano alla seconda guerra di indipendenza. Le speranze degli Ebrei furono ben riposte: il Regno d’Italia cancellò ogni forma di discriminazione nei loro confronti, sì che poterono finalmente ricoprire importanti incarichi in tutti i settori: da quello più propriamente politico, a quello scientifico, artistico e universitario. In questo caso, dunque, quella che era una minoranza discriminata e emarginata negli stati preunitari, trovò rappresentanza e integrazione nell’Italia unita. E’ bensì vero che tutto questo edificante processo andò a cozzare violentemente contro le leggi razziali del 1938, è vero anche che poche voci si levarono contro una simile infamia, ma la Repubblica italiana riparò adeguatamente.
Un caso opposto rispetto agli Ebrei italiani è rappresentato dal clero. Svaniti e rinnegati gli “eroici furori” del 1848, l’atteggiamento delle gerarchie ecclesiastiche, e dei religiosi presenti sul territorio, nei confronti del nuovo stato si caratterizzò per diffidenza e ostilità, anche apertamente manifestate. L’estensione delle leggi e dei codici subalpini, la secolarizzazione dell’asse ecclesiastico, l’interesse dello stato per una scolarizzazione sempre più diffusa erano vivamente percepiti come una concorrenza pericolosa alla propria supremazia morale; l’incubo di Roma capitale faceva il resto. La diffidenza era, in realtà, poco giustificata: il re aveva voluto fin da subito sottolineare che il suo potere proveniva dalla “grazia di Dio”, prima che dalla “volontà della nazione”, e puntellare il trono con l’altare è stato quasi sempre in cima ai desideri dei sovrani. Tuttavia, la dissoluzione del potere temporale, realizzatasi con la breccia di Porta Pia, rese a lungo conflittuali i rapporti tra Vaticano e Regno d’Italia, e l’esclusione dei cattolici dalla vita politica fu addirittura imposta, ancora nel 1874, da Pio IX con il non expedit. Il tempo e altri pontefici cancellarono di fatto quel divieto, e, con la firma dei Patti lateranensi del 1929, il Regno divenne addirittura uno stato confessionale. Purtroppo, la Repubblica italiana non è riuscita a liberarsi in nulla di questa ingombrante eredità.
L’Italia che nacque nel 1861 dava sostanzialmente voce, nel suo Parlamento, ai borghesi abbienti e moderati, le cui posizioni conservatrici o progressiste manifestavano già una pericolosa tendenza a sfumare le une nelle altre. Questa classe politica si trovò ad affrontare problemi enormi, ai quali diede comunque una risposta. L’incremento rapido ed esponenziale della rete ferroviaria su tutto il territorio cambiò il volto della produzione industriale; la “legge Coppino” del 1877 introdusse l’obbligo scolastico per il primo triennio delle elementari, che erano state portate a cinque anni. L’obbligo fu prolungato fino al dodicesimo anno di età dalla “legge Orlando” del 1904; lentamente l’alfabetizzazione progredì.
Mentre a Roma nel 1868 il boia abbatteva la lama della “louisette” sulle teste di Monti e Tognetti, già il 5 maggio 1862 il consiglio dell’Associazione emancipatrice italiana, di cui facevano parte, tra gli altri, Garibaldi e Benedetto Cairoli, rivolgeva la Parlamento un appello, per chiedere l’abolizione della pena di morte nel codice penale del nuovo stato. Fu esattamente quanto avvenne nel 1889 durante il ministero Zanardelli, con l’approvazione quasi unanime da parte di entrambe le camere.
Nei momenti decisivi la partecipazione popolare tornò ad assumere un ruolo attivo nella vita politica del Paese: la Resistenza contribuì in modo determinante alla sconfitta della dittatura, ma più ancora testimoniò il desiderio di persone di ogni ceto sociale di battersi in prima persona per quello scopo comune. Con il referendum del 1946 gli italiani cessavano di essere sudditi, e diventavano cittadini, includendo finalmente nella vita politica anche le donne.
Questa medesima consapevole spinta a impegnarsi per il progresso comune deve aver animato anche gli operai reggiani nel 1951: dall’occupazione delle Officine Meccaniche uscì il leggendario trattore R60, completamente prodotto in autogestione, e destinato al miglioramento del lavoro agricolo.
Centocinquanta anni sono passati dall’Unità d’Italia; per arrivare da lì fino qui gli italiani hanno percorso un cammino spesso accidentato, talvolta hanno smarrito la strada, altre volte hanno continuato a girare in tondo; molti credono di aver visto tempi migliori di quelli attuali, ma anche per superare tali angustie bisogna continuare, faticosamente, a camminare. |
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