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l’Italia chiamò. Lettere di volontari garibaldini e dell’armata sarda. 1859

in n. 3/2011

Le lettere esposte nella mostra che si è svolta nel marzo 2011, fanno parte di un piccolo nucleo di missive di garibaldini e volontari reggiani dell’armata sarda, scritte tra l’aprile e il luglio 1859, in piena II guerra di indipendenza; esse sono conservate nell’archivio della Commissione per le offerte nazionali. Questo organismo nacque a Reggio Emilia nell’estate 1859, per raccogliere denaro e materiale al fine di contribuire all’acquisto del “milione di fucili” voluto da Garibaldi, di provvedere di armi, indumenti e soccorsi i volontari, di assicurare un sussidio alle loro famiglie che versassero in condizioni di bisogno, e di fornire un primo aiuto ai feriti e ai superstiti dei caduti. Per distribuire le modeste somme disponibili alle famiglie dei volontari, i membri dei comitati costituiti in ogni paese dovettero anzitutto accertarsi dell’avvenuto arruolamento, quindi delle condizioni di indigenza. Quanto a questo, bastò rivolgersi ai parroci#; per certificare il primo requisito, nella maggioranza dei casi, si ricorse alla testimonianza dei “notabili” del luogo.

Molte volte, tuttavia, le famiglie richieste furono in grado di risolvere molto più semplicemente la cosa, presentando una lettera del loro congiunto volontario, con il timbro di annullo postale dei paesi del Lombardo-Veneto o del Piemonte. Per questo le lettere sono giunte fino a noi. I volontari autori delle missive erano quasi tutti di Reggio città, dove l’analfabetismo era a un livello di gran lunga minore che nelle campagne. Molte lettere toccano l’immancabile argomento della penuria di denaro, delle magre razioni e della mancanza di indumenti adeguati alla situazione, ma sono tuttavia riboccanti di fierezza e di giovanile entusiasmo. In quasi tutti i documenti scelti si descrivono i fatti d’arme a cui i volontari avevano partecipato di persona, o di cui avevano sentito parlare: viene così restituita linfa vitale e umanità a fatti ormai affidati ai libri di storia. Alcuni giovani chiedono perdono alla madre per averle disubbidito arruolandosi come volontari, e chiedono con ansia della propria città e della sua sorte; molti affidano la propria vita alla divina provvidenza, mostrando un diffuso senso religioso; tutti rassicurano e rincuorano i cari lontani, e mostrano il più grande orgoglio per l’impresa a cui stanno partecipando; ed è proprio l’ideale della patria liberata dagli stranieri e finalmente unita che fa loro superare l’umanissima paura di fronte alle battaglie.


Fondazione Ansaldo