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Ministoria di Claustrofobia, la rivista che rompe il cerchio
![]() La cultura e la ricerca culturale ci hanno sempre regalato opere e percorsi di studio originali, che a volte rimangono scolpiti nella storia, ma che spesso, compiuto il loro corso e innescati certi meccanismi, rimangono nell’oblio della memoria o nel fondo degli scaffali degli archivi. L’Italia è penisola ricca di riviste, ne sono nate e morte tantissime e ognuna ha dato uno sbocco di studio in più a chi della ricerca politica, culturale e letteraria ne ha fatto il suo scopo di vita. Alcune di queste riviste, cadute nell’oblio, meritano davvero qualche considerazione, per il coraggio editoriale e il progetto culturale che le ha caratterizzate. Tra queste, vi è stata una rivista, “Claustrofobia”, che di coraggio e di particolarità ne ha avute talmente tanti da diventare l’espressione di una ricca e fervida ricerca culturale soprattutto in ambito politico, ricordata, davvero da pochi, come “la rivista che rompe il cerchio”. Il libertarismo e l’anarco-capitalismo in Italia fanno il proprio ingresso grazie al lavoro coraggioso di un “matto della libertà”, Riccardo La Conca (lo stesso autore dell’ormai introvabile volume Democrazia, Mercato e Concorrenza che scrisse nella seconda metà degli anni ottanta, presso la SugarCo, con prefazione illuminata di Sergio Ricossa), che verso la fine degli anni settanta lanciò “Claustrøføbia. La rivista che rompe il cerchio”, cinque numeri usciti tra il 1978 e il 1979. Rivista politica e di cultura libertaria e libertarian anglosassone, che comparve nel periodo in cui di libertarian in Italia non si aveva la minima idea di chi e cosa fossero.
La particolarità e il coraggio della presenza culturale di una simile rivista vanno ricercati nel periodo storico in cui comparve: alla fine degli anni settanta l’Italia era divisa tra il pensiero totalitario di sinistra, marxista e neomarxista e le posizioni avanguardiste di destra, violenza dei terrorismi di vario colore e crisi dei partiti tradizionali. In un simile contesto comparve la rivista che discuteva contemporaneamente di antiproibizionismo e privatizzazione totale della società, di Gold standard, di antimilitarismo, di privatizzazione della sanità e di antipsichiatria, una particolare miscela politica che fece incuriosire, soprattutto in area anarchica, radicale e repubblicana. A ciò si aggiunse il nome che comparve come vicedirettore nella redazione della rivisita accanto a Riccardo La Conca, quello di Marcello Beraghini, esponente di Stampa Alternativa. La rivista fece conoscere in Italia le attività del Libertarian Party degli Usa, partito a quell’epoca e ancora oggi sconosciuto agli Italiani, che venne fondato nel 1971 e con il quale La Conca intratteneva forti legami culturali e politici.
Nel mondo anarchico la comparsa di questa rivista fece parlare; Franco Melandri scrisse su La Rivista Anarchica nel 1978 di questa rivista: “ La prima cosa che balza all'occhio sfogliando i tre numeri di Claustrofobia fin'ora usciti è la dovizia di foto dedicate ai patriarchi americani del neonato "movimento libertario", cui si aggiunge quella del direttore di Claustrofobia, nonché deus ex machina del "libertarismo" italico, Riccardo La Conca. Ma è leggendo Claustrofobia che vengon fuori le cosucce più graziose. Innanzitutto apprendiamo che questo sedicente ‘movimento libertario’ vuole rifarsi, per quanto riguarda le idee politiche, agli anarchici individualisti (in particolar modo a quelli americani) mentre per quanto riguarda le idee economiche ripropone quelle di Adam Smith e di Milton Friedman. Il tutto strapazzato, condito, fritto, irrorato e servito da Murray Rothbard, definito il più grande anarchico contemporaneo.”
Al di là del pensiero culturale espresso dalla rivista non si può non sottolineare la particolarità di questo lavoro editoriale in un clima culturale, quello italiano, ancorato a valori stagnanti della politica e allora non aperto a nessuna innovazione. L’opera di La Conca va ricordata con coraggio, fascino e curiosità, ma va soprattutto ricordata perché rappresenta elemento di dibattito in tutto lo schieramento politico italiano.
Grande impatto ebbe la rivista anche in ‘casa radicale’, che nel lontano 1996 nella sede dell'associazione per l'iniziativa radicale Enzo Tortora, un gruppo d'intellettuali, definitosi anarco-capitalista, si chiese come era possibile dibattere di libertarianismo anche in Italia; il tutto finì pubblicato anche sulla stampa, dove la rivista venne citata in un articolo del Il Giornale nel 1996, intitolato: “E se privatizzassimo anche le balene?”
* Ringrazio Luciano Lanza, direttore di Libertaria, per l’immagine della copertina della rivista |
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